La storia della House of Beauty and Culture
Chi erano i nomi che facevano parte del movimento? Come mai nacque la necessità di creare un luogo fuori dal tempo? Dove si trovava la sede del gruppo? Scopri tutta la storia completa della House of Beauty and Culture, il collettivo londinese più radicale degli anni '80.
La moda contemporanea è un inno alla libera espressione, gender fluid e innovativa. Ciò che noi diamo per scontato fu però oggetto di grandi battaglie del passato. Chi furono i precursori della libera espressione stilistica? Per rispondere, bisogna fare un piccolo salto nel tempo, nella Londra degli anni '80, precisamente in un piccolo shop situato sulla Stamford Road di Dalston, in cui un gruppo di artisti squattrinati e innovatori, trascorrevano le giornate, giocando con la moda, con l'arte e con la fantasia. Loro erano il collettivo chiamato House of Beauty and Culture, HOBAC, casa di designer, fotografi ed artigiani che iniziarono a trasformare oggetti quotidiani, come grondaie abbandonate, in veri e propri pezzi d'arte (esposti nello spazio retail cult dell'East End e apprezzati per la loro rarità). Il fondatore era il designer di scarpe, John Moore, che diede vita ad una resistenza post-punk contro cultura di massa normativa. Moore ed i suoi discepoli, lo stilista e designer di accessori Judy Blame, i produttori di mobili Fric e Frack (Alan Macdonald e Fritz Soloman), l'artista e stilista Christopher Nemeth, l'audace designer di maglieria Dave Baby, nonché come i fotografi Mark Lebon e Cindy Palmano, favorirono un'estetica distopica salvata ed un umorismo provocatorio grazie ad un un processo radicale e astuto di frammentazione della società in cui vivevano.
Precursori di molte problematiche contemporanee, la House of Beauty and Culture, pose in primo piano la tematica della sovrapproduzione, inspirando un'acerba discussione sul riciclaggio e la consapevolezza ambientale. Puntando il dito contro la gestione errata dei rifiuti e l'incapacità governtiva di gestire la situazione, il collettivò creò un mondo utopico ad hoc, dove rifugiarsi quando quello reale diveniva troppo complicato da affrontare. Una resistenza post-punk che stoicamente resistette dal 1986 to 1989
Il fascino, per noi quasi sconosciuto, della House of Beauty and Culture, influenzò numerosi personaggi di spicco dell'epoca: Derek Jarman, Leigh Bowery, Boy George e Cerith Wyn-Evans, solo per citarne alcuni, leggenda vuole che anche Martin Margiela fece visita al negozio e, folgorato dalla filosofia e dalla bellezza artista dei pezzi, abbandonò la couture per diventare un decostruzionista.
Uno spazio angusto, oggetti accatastati uno sull'altro che impedivano una libera circolazione, un secondo piano adibito ad abitazione di Blame e Moore, il negozio, come un diario di viaggio delle esperienze dei suoi abitanti, era un crogliolo di oggetti, influenze e cincaghierei di ogni genere. Una mostra d'arte di generis. Sempre a seguire la sottile linea satirica che caratterizzava il collettivo, il pavimento era costellato di monete da calpestare, per Blame, questo era il simbolo della società dell'epoca, non si avevano soldi ma venivano comunque sperperati impropriamente. Ogni membro della HOBAC lasciava il segno: chi come Dave Baby incise nelle pareti dei buchi a forma di demone, chi invece si occupava della facciata, come Trojan e John Maybury. Terra promessa di outsiders che volevano ritrovarsi, club esclusivo (per entrare bisognava bussare alla porta e sperare che qualcuno aprisse) per artisti sognatori dediti alla sperimentazione, lo store della House of Beauty and Culture fu il luogo per eccellenza dell'anticonformismo di quegli anni.
A capitanare l'agguerrito gruppo, Moor, cui scarpe, con insolite punte squadrate e forme allungate, furono spesso ispirate agli artigiani del suo collettivo. A inspirare la House of Beauty and Culture, le parole di William Burroughs ed il suo romanzo del 1971 The Wild Boys. Infervorando gli animi degli artisti, con parole di libertà, estetica del disordine, edonismo baccanale e vita urbana, i membri della HOBAC giuravano sul nome dell'edonismo e sulla possibilità di vivere una vita costantemente euforica (anche grazie all'utilizzo di sostanze stupefacenti, come l'ecstasy)
La storia della House of Beauty and Culture, si concluse in un tragico epiteto, quando il fondatore, John Moore morì per un'overdose di cocaina. Senza il loro leader, il gruppo si perse negli anni sviluppando ognuno il proprio percorso creativo. Ma il mondo che conoscevano e che li aveva spinti a rifugiarsi nella loro personale realtà utopica, cambiò repentinamente quando, in soli cinque anni, una rivoluzione stravolge le regole del gioco: l'arrivo di Internet.
La HOBAC fu il canto del cigno della cultura underground londinese degli anni 80, ultimo bagliore di luce nella ribellione post-punk e attimo finale della resistenza alla cultura di massa mainstream.