Le responsabilità della moda e il resoconto della Milano Fashion Week
Location agli antipodi, carovane di mezzi (quasi mai elettrici), scarsa attenzione agli scenari internazionali e fastidio per l’impegno civile della città. Forse la Milano Fashion Week dovrebbe farsi qualche domanda in più sul suo ruolo nella società.
La moda é segno dei tempi? Noi giornalisti lo scriviamo spesso e non è un cliché, basti pensare a cosa accadde agli orli delle gonne negli anni ‘60, perfetta sintesi dell’affrancamento da schemi sociali d’improvviso diventati vetusti. A guardare le passerelle della Milano Fashion Week per l’autunno inverno 2024-25, il dubbio però viene. In un sabato teso di diverse manifestazioni una pro-Palestina in ginocchio per gli attacchi israeliani dopo i massacri terroristici di Hamas del 7 ottobre, un’altra pro-Ucraina nel secondo anniversario dell’invasione russa, la terza in ricordo del dissidente russo assassinato in Siberia Aleksei Navalny, la gente della moda è infuriata. Di motivi ne ha: location agli antipodi costringono a infiniti rimbalzi da una parte all’altra della città il cui traffico, semi bloccato, con l’arrivo della nostra variopinta carovana va definitivamente in tilt. Chi il mestiere lo fa con coscienza, ci prova in tutti i modi ad arrivare allo show, perché è vero che non salviamo vite, ma è una questione di rispetto esserci (per la nostra professionalità, per chi ci paga per raccontare le sfilate e per chi quelle sfilate le organizza con un grande sforzo economico).
All’ennesimo ritardo di oltre un’ora, infreddoliti dalla pioggia che intanto ha preso a scendere, in tanti sbottano che no, non è possibile, perché il sindaco Sala ha autorizzato delle manifestazioni mentre in corso c’è un evento così importante come la settimana della moda donna? Alessia Cappello, Assessora allo Sviluppo Economico e Politiche del Lavoro del Comune di Milano lo ribadisce sempre con forza: l’indotto della moda fa un gran bene alla città, con l’arrivo di migliaia di addetti alto-spendenti che riempiono gli hotel e i ristoranti, vogliono macchine con autista e nei ritagli di tempo si dedicano allo shopping. Il fashion business in generale è una benedizione per il Paese, dato che è la seconda voce in quanto a fatturato dopo la metalmeccanica. Il nostro valore, insomma, nessuno lo mette in discussione e questo ha forse generato un senso di onnipotenza. Anziché vietare ai milanesi di esprimere il proprio pensiero, un’attività che sta diventando sempre più pericolosa viste le recenti, intollerabili, manganellate dispensate dalle forze dell’ordine tra Pisa, Firenze e Napoli, forse dovremmo essere noi a imporci di ragionare su come impattare il meno possibile sulla vita della città.
I livelli di inquinamento sono alle stelle e noi passiamo ore intere - su mezzi quasi mai elettrici - perché i brand piazzano le proprie venue in punti lontanissimi tra loro. Non solo, compattiamo all’inverosimile quattro giornate per poi ritrovarci le ultime due quasi scariche, mentre un calendario meglio spalmato consentirebbe spostamenti più semplici, magari anche usando i mezzi pubblici che di base a Milano funzionano. E ultimi, ma non per questo marginali, ci sono i vestiti.
Una guerra spaventosa dietro l’angolo; un attacco terroristico spietato contro Israele la cui risposta è abnorme e uccide sistematicamente civili innocenti palestinesi; un unico oppositore del folle regime di Putin ucciso in carcere e una madre che viene minacciata perché osa chiedere di riavere la salma del figlio per darne sepoltura; un possibile nuovo presidente degli Stati Uniti che invita quello che dovrebbe essere l’arci-nemico russo ad attaccare i paesi Nato, se non versano tutti i contributi dovuti; un dittatore nord-coreano in vena di minacce atomiche a destra e manca. Di tutto questo, la moda milanese sembra proprio non avere coscienza.
Se negli ultimi anni tutti sono stati pronti a sostenere le tematiche di diversity e inclusion, molto utili nel rafforzare la propria reputazione agli occhi del pubblico senza correre particolari rischi, ora la sensazione è di scollamento dalla realtà. Abiti impeccabili, materiali lussuosi, accessori cult sembrano parlare a un mondo utopico, una specie di Buthan dove tutto scivola via liscio come un Riva in acque placide. Vero é che la moda ha una componente di sogno, ci può trasportare nella dimensione ideale in cui vorremmo vivere, solo che i claim attuali parlano di vita reale, di quotidianità, di stop agli eccessi. Beh, allora in questo bagno di concretezza dovrebbe esserci spazio anche per il disagio che respiriamo giorno dopo giorno, se non negli abiti, quantomeno nell’accettare che non siamo così importanti da dover bloccare la città al passaggio del nostro inquinante carrozzone.
Adrian Appiolaza, al suo debutto come direttore creativo di Moschino, ha dato una bella lezione di ciò che la moda può fare per lanciare messaggi, senza per questo trasformarsi un un agone politico. Dopo una serie di look freschi come una fragolina di primavera, gli é bastato un solo abito nero, accollato, dritto lungo fino ai piedi sui cui troneggiava una scritta, peraltro un pilastro dell’estetica del marchio: PEACE. Poca roba dite voi? Di questi tempi, niente affatto.