Robert Mapplethorpe al Madre di Napoli
Non c’è niente di più trasgressivo che avere un corpo e mostrarlo. Questa sembra essere la tesi implicita delle fotografie di Robert Mapplethorpe in mostra al Museo Madre di Napoli fino all’8 marzo. Scattare una fotografia è una performance di un secondo; nel caso delle opere di Mapplethorpe questa performance istantanea è reiterata all’infinito, essendo le sue fotografie distillati pietrificati di coreografie. Una coreografia in mostra si concentra proprio su questa intima matrice performativa delle opere di Mapplethorpe, una matrice insita tanto nel soggetto (il fotografo) che nell’oggetto (la fotografia). 160 opere che tentano anche di spiegarci cosa voglia dire performare non solo dei passi, ma anche un genere. E non necessariamente il proprio. All’inizio della mostra le due "muse" mapplethorpiane, femminile e maschile, Patti Smith e Samuel Wagstaff Jr. A seguire, ballerini, atleti, body-builder, modelle e modelli fino agli autoritratti dell’artista nella sala purpurea che sigilla l’esperienza intensissima di visita. Tutti, in ogni scatto, sembrano mettere in questione non solo la loro identità di genere, ma anche quella stessa di corpi, di esseri nel tempo.
Un’asincrona temporalità dello stare davanti e dietro all’obbiettivo che aveva bene cristallizzato verbalmente Roland Barthes in Camera Chiara: "Davanti all'obiettivo io sono contemporaneamente: quello che io credo di essere, quello che vorrei si creda io sia, quello che il fotografo crede io sia, e quello di cui egli si serve per far mostra della sua arte". Tutto questo è l’erotizzante dialogo dello stare al mondo con un corpo epidermicamente disposto a sentire e farsi sentire. “Je suis mon corps”, scrisse il filosofo esistenzialista Gabriel Marcel; sono tutto me stesso, sempre. Perché non esiste anima che non abiti in un corpo e il movimento è qui la prima miccia animante dell’anima.
"Le opere del fotografo americano non erano mai state poste in un confronto diretto, prima d'ora, con quell'evidente componente performativa che sembra animarle" – spiegano i curatori Laura Valente e Andrea Viliani. "L'obiettivo di questa mostra è, dunque, coniugare l'aspetto espositivo e quello coreografico, attraverso il coinvolgimento di artisti che, per tutta la durata della mostra stessa, realizzeranno degli interventi site-specific in dialogo con le opere e con le suggestioni che esse evocano, restituendo loro nuova forza e ampliando la prospettiva con cui il pubblico vi si avvicinerà". Le fotografie rivivranno quindi grazie alle perfromance in loco e interrogheranno i limiti ontologici tra reale e virtuale all’interno dello spazio museale: un bellissimo saggio di fenomenologia a cielo aperto.
Il bianco e nero nelle fotografie di Mapplethorpe è l’unico contrasto che esiste, lui che visse solo 42 anni in quella scena artistica e culturale newyorkese negli anni Settanta/Ottanta che proprio come le sue fotografie era in perenne oscillazione tra vita e morte. Ma comunque, sempre in movimento.