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Esseri naturali: le installazioni immersive di Giulia Cenci

A La Biennale di Venezia Giulia Cenci presenta l'opera "Dead Dance", ed è tra le artiste scelte per interpretare la 30 ma edizione della illy Art Collection.

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L'artista italiana Giulia Cenci

Un fisico esile e un carattere forte. Giulia Cenci, 33 anni, artista toscana - una vita divisa tra Cortona e Amsterdam - crea installazioni immersive con oggetti quotidiani di recupero, cercando di annullare il concetto di gerarchie. E di artificiale.

L'OFFICIEL ITALIA: Da dove parte la tua ricerca?

GIULIA CENCI: Penso sia difficile da spiegare. Nasce come un approccio di vita, naturale, non direzionato, come il parlare, il farsi delle domande (anche se non penso ci sia mai una risposta effettiva, sicura). Ho sempre voluto lavorare in questo modo, fin da piccolina, credevo che le arti visive fossero il mezzo espressivo più emozionante. E mi pareva impossibile che ci fosse qualcosa che, pur provenendo dall'essere umano, potesse dare emozioni tanto forti. Con libertà e anarchia rispetto ad altri linguaggi che hanno dei codici - penso alla musica, la poesia, la letteratura… e anche la moda. Invece le arti visive hanno la capacità di liberarsi per quello che sono.

LOI: Perché hai scelto la scultura come medium di espressione?

GC: Non sono nemmeno sicura di essere una scultrice... ho un approccio installativo, nel momento in cui mi accingo al lavoro, mi interrogo sullo spazio per creare un ambiente completamente immersivo per chi lo guarda e anche per me, come persona che lo crea; e certo, penso anche alle immagini come simboli e oggetti, ma in generale penso più allo spazio. A volte al fine di creare delle regole nella installazione, a cui il visitatore deve sottostare, muovendosi, superando degli ostacoli o degli oggetti in modo specifico, piegandosi o scavalcandoli. Non mi riferisco al lavoro che presento in Biennale, che è in quota e si vede da sotto, ma a altri che sono quasi dei labirinti.

LOI: Cosa deve emergere dal tuo lavoro?

GC: Cerco di far convergere quello che appartiene al reale, non volendo separare quello che per tanto tempo abbiamo diviso: naturale e artificiale. Cerco di portarli sullo stesso livello: quello che è fatto dall'uomo - in quanto essere naturale -, non può essere considerato artificiale, per me è un controsenso. Inoltre porta l'uomo ad auto-elevarsi in una posizione differente dalla natura, e io questo non lo capisco. Sono definizioni, che non condivido, come quelle gerarchiche e sociali, che vengono date a cose, essere viventi, specie. Credo che in questo momento ci sia una grande riunione, di cose e spirito, in cui dobbiamo riconoscerci. Uomini, animali, piante, veniamo dallo stesso pianeta, siamo fatti della stessa materia. È fuorviante classificarci, e non trovo giusto l'auto innalzamento dell'uomo rispetto al resto.

LOl: Quanto conta l'ironia nei tuoi lavori?

GC: Appare, perché è iper-violenta. Nelle cose più ironiche c'è il lato più basso... ci apre il mondo in una specie di devasto comune, che può apparire anche in una risata. Non la cerco, ma a volte è sottointesa. Il lavoro è tragicomico.

LOI: Ci racconti il tuo lavoro per la Biennale?

GC: "Dead Dance" si rifà all'idea/iconografia della danza macabra, quando re e contadino, artigiano e prete erano riuniti in un rito funebre che li accomunava. Era un ballo tetro e divertente, una tematica molto bella per me, sviluppata in un momento in cui la gerarchia sociale era centrale nella gestione della società.

LOI: Come ha influito sul tuo lavoro questo periodo storico, e la guerra nel mezzo dell'Europa?

GC: Ho iniziato il lavoro prima dello scoppio della guerra, ma vivo nel momento presente, e sicuramente ha rilevanza. E credo che l'opera debba essere sempre permeabile a quello che le persone stanno passando, anche nella loro singolarità, alle loro impressioni soggettive.

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Prima foto: l'opera "Dead Dance", per La Biennale e l'artista; seconda foto: la tazzina firmata da Giulia Cenci per la illy Art Collection 2022.

LOI: Come è nato lo studio della tazzina per la illy Art Collection?

GC: Sono cresciuta e vivo in zone rurali, amo il processo di lavorazione della terra ma anche il momento che fa emergere la violenza del ciclo vitale. La nascita, crescita, morte della pianta. Ho lavorato su immagini che sono parte della vita, il momento in cui si dà fuoco alle frasche, si pulisce la terra per renderla fertile. Mi piaceva l'idea di fare un focus su quel momento. Dalle stoppe si crea fumo, e succede spesso in inverno, in una atmos-fera particolare, che racconta la fine e l'inizio di qualcosa.

LOl: Hai una tazzina a cui sei particolarmente legata?

GC: Tra quelle della 30ma edizione mi piace moltissimo quella di Cecilia Vicuña, amo il suo lavoro, è femminile, onirico.

LOI: Cosa ti aspetti dalla Biennale?

GC: Tutta la mostra per me ha delle tematiche reali, delle linee guida necessarie in questo momento. Credo che Cecilia (Alemani, la curatrice) abbia capito bene il momento che l'essere umano sta vivendo, anche nel rapporto con habitat, specie, le sue stesse creazioni. L'incertezza ma anche la voglia di sviluppare una nuovo legame con le cose e i nostri vicini. E so che l'arte non può salvare il mondo - ma mi auguro che possa far vedere qualcosa che altrimenti non si sarebbe notato. Questa Biennale ha un altissimo grado di soggettività, dell'artista, dell'essere umano, ed è in controtendenza al processo che subiamo tutti noi oggi di omologazione.

LOl: Che rapporto hai con la moda?

GC: Guardami, sono basic, la maggior parte del tempo lo passo con abiti da lavoro, devono essere comfy e pratici, per il resto mi basta un guardaroba molto piccolo. Ma mi piacciono le cose che possono durare nel tempo, avere qualcosa che non è transitorio.

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