Gaetano Pesce, storia di un radical thinker
Dopo Los Angeles a febbraio, l'artista e designer italiano (con sede a New York) a giugno sarà protagonista di un'importante retrospettiva al Museo Oscar Niemeyer di Curitiba, in Brasile. Gaetano Pesce si racconta, tra opere d'arte e momenti di vita vissuta.
Gaetano Pesce, radical thinker. Laureato in architettura a Venezia, l'ha insegnata a Strasburgo, Pittsburgh, alla Domus Academy di Milano, a Hong Kong, a San Paolo, a New York. I suoi lavori fanno parte delle collezioni permanenti di una trentina fra i più celebri musei del mondo, dal MoMa al Metropolitan, dal V&A al Centre Pompidou al Vitra. Pesce ha iniziato a sperimentare con il poliuretano, la schiuma e la resina subito dopo la laurea, ritenendo assurdo lavorare con materiali non strettamente contemporanei. E sono questi materiali, coi loro colori bold, la particolare tattilità, la loro capacità di rispondere alla luce, il loro finish artigianale, a catalizzare l'attenzione e a identificarlo nell'immaginario collettivo, anche se nella sua lunghissima carriera (è nato a La Spezia nel 1939, e ha cominciato a esporre i suoi lavori a 18 anni) ha esplorato un'infinità di strade e medium diversi.
L'OFFICIEL: Le piacciono le retrospettive? Le capita di riscoprire in questo contesto caratteristiche del suo lavoro e opere che aveva "dimenticato"?
GAETANO PESCE: Mi piacciono le retrospettive perché soddisfano il desiderio di far conoscere quello che faccio. Per quanto riguarda il mio passato e il lavoro che ho fatto, cerco di evitarlo. A Brooklyn dove abbiamo il workshop abbiamo anche una sala dedicata ai lavori finiti, che sono in ordine e ben esposti per i visitatori: in quella sala non ho mai messo piede, per evitare che il passato interferisca con il mio futuro.
LO: Perché nel 1980 ha scelto New York per vivere? E Brooklyn? Cosa rappresenta invece il Brasile per lei?
GP: New York, e in particolare Brooklyn, è senza dubbio la città dove la creatività degli abitanti suggerisce modi di parlare, vestire, comportamenti che appartengono alla sfera della realtà. Dopo alcuni anni questi modi scoperti a New York vengono assimilati da altre popolazioni in giro per il mondo e usati come mode, purtroppo anche con una certa superficialità. Per ritornare alla sua domanda, New York è senza dubbio il luogo che recepisce meglio i valori del tempo, quelli che arrivano, quelli che restano: il mio mestiere è di osservarli e possibilmente farli diventare soggetti del mio lavoro. Un esempio: il burattino sostenuto da corde, soggetto di una mia pelle industriale (disegno montato a muro realizzato con un materiale liquido che si solidifica in tempi brevissimi, nda), dice "è solo questa figura ridicola che crede ancora nell'uguaglianza". Sono convinto che questa convinzione non appartiene a chi conosce bene New York. Non abito a Brooklyn, ma il mio laboratorio per ragioni economiche si trova li, mentre il mio ufficio si trova a Manhattan, sulla Broadway, tra Prince e Spring street. La mia abitazione invece, si trova di fronte all'East River, perché ho sempre amato la mobilità dell'acqua, il suo risplendere diverso, la sua ricchezza di colore: quando la si guarda, ci rispecchia il cielo. Il Brasile lo conosco meglio di altri Paesi perché ho avuto occasione di frequentarlo per lunghi anni, e spero che la frase di De Gaulle durante un discorso al parlamento di Brasilia, quando aveva detto che è il Paese del "futuro che rimarrà sempre il paese del futuro", si sia vanificato. Il Brasile ricerca il futuro riuscendoci e non, con energia e senza, con vitalità e senza, con creatività. E questo che mi attrae, oltre alla sua gentilezza.
«La diversità ci aiuta a comunicare con chi ha un'opinione diversa dalla nostra, l'uguaglianza obbliga a tacere»
LO: È un frequentatore di mostre e musei? Chi sono gli artisti/architetti/industrial designer che l'hanno colpita di più?
GP: Non sono un frequentatore di musei o gallerie d'arte, mi interessa di più la realtà che non racconta menzogne. Gli artisti e creatori del passato mi interessano molto per quello che possono ancora suggerire dal punto di vista della correttezza rispetto a questo nostro tempo. Penso soprattutto agli artisti che usavano diversi modi di esprimersi come la poesia, la musica, la scienza, la scultura, la pittura e l'architettura. Loro mi hanno sempre detto, con la dovuta diversità, che l'espressione non ha barriere, non ha contorni, non ha limiti. Oggi mi chiedo: se Borges avesse scritto a Stoccolma invece che a Buenos Aires, sarebbe stato diverso? In altre parole, la creatività ha a che fare con il luogo dove prende forma? Il linguaggio di un architetto di oggi deve tenere conto del linguaggio da usare dove costruisce, sapendo che ogni luogo merita un racconto diverso? Entriamo qui nel grande problema della diversità, e vorrei ricordare che la famiglia dei pini annovera soggetti tutti diversi. Anche le rose appartengono alla diversità, e così penso le persone e i luoghi, e chi professa e impone che gli umani sono tutti uguali, lo fa per ragioni di oppressione e di dittatura, di imposizione e di assenza di libertà. Ritornando alla domanda, penso che Frank O. Gehry valga la pena di essere ricordato, essendo uno scultore di formazione che ha sposato l'architettura e vi ha apportato progressi di grande interesse. Dal canto mio penso che questa arte straordinaria debba finalmente liberarsi dall'ormai tardo e obsoleto Stile Internazionale, per abbracciare delle rappresentazioni che consentano la comprensione a chiunque attraverso la figura. L'architettura ha bisogno di essere amata perché sa sorridere, sa esprimere umori, sa fare felici le persone e ha bisogno di aprire i suoi segreti a un mondo che capisce la figurazione.
LO: Da Pierre Cardin a Louis Vuitton, da Matthieu Blazy a Massimo Giorgetti, lei è una fonte di ispirazione (o una patente di nobiltà) per la moda. Cosa la interessa nel rapporto? È ad esempio, quali elementi di Bottega Veneta ha preso in considerazione quando ha disegnato il seating della sfilata primavera estate 2023?
GP: E una mia convinzione che i musei non abbiano più la libertà economica di ospitare nuove idee. Anche le gallerie d'arte private hanno più o meno lo stesso problema. Mi sembra di capire che le case di moda si affaccino a curiosare il mondo della creatività profonda, per questo hanno tutto il mio rispetto. Loro possono fare quello che altre istituzioni culturali non possono, ed è quello che è successo con Bottega Veneta e il caro creatore Matthieu Blazy. Con lui ho trovato rispetto per le mie idee, che è stato reciproco. Ho potuto esprimere quello che secondo me è un concetto politico di estrema urgenza nell'ambito della moda, un divulgatore di idee molto potente ed efficace. Il tema che ho suggerito, la diversità, credo sia stato capito dal mondo intero. Ne sono stato soddisfatto e credo lo sia stato anche il mio committente e mecenate. In futuro penso che quanto ho sperimentato con Bottega Veneta sarà allargato ad altre e utili collaborazioni con altri creatori che spero siano interessanti e che evitino la decorazione, la cosmesi e i contenuti inutili, e che si affaccino ad una realtà nella quale credo, ossia che l'arte è espressione del tempo e commento della realtà.
LO: Come definirebbe il suo stile personale?
GP: Il mio stile personale lo definisco con qualche cosa che è il suo contrario: l'incoerenza. I valori veicolati dal tempo, nel loro esistere ne fanno decadere altri, e nel loro andare ne introducono di nuovi che a loro volta rendono obsoleti quelli che li precedono. Questo avvicendarsi dei segni del tempo non ci permette la coerenza. Se vogliamo comprendere nuovi contenuti e abbandonare quelli passati, dobbiamo assumere l'incoerenza e prima di ogni altra cosa, essere liberi dai propripregiudizi. Nei secoli passati la lentezza del tempo consentiva ai cosiddetti creatori di utilizzare lungo l'arco della propria vita un unico linguaggio, attraverso il quale erano riconoscibili. Nella nostra epoca, dove i valori e le cose hanno come caratteristica la velocità, questo mantenimento lungo un secolo si frantuma quasi in settimane, mesi o anni. Quindi la stabilità del nostro pensiero nel passato oggi è frantumata dalle contraddizioni provate dal tempo. In altre parole, l'incoerenza ci permette di essere ricchi di espressione, profondi conoscitori della nostra epoca e liberi da noi stessi.
LO: Nello scegliere la resina come materiale contemporaneo, ritiene di averne esplorato tutte le possibilità?
GP: La resina è uno dei materiali che uso, non solo, essa è formata da una famiglia numerosa per trasparenza, rigidità, elasticità etc. Altre materie che uso e che mi interessano sono i siliconi, o le schiume, o gli elastomeri, e sono curioso di sapere cosa avverrà nel prossimo futuro dal punto di vista delle materie. Vorrei ricordare che i materiali contemporanei che i creatori usano testimoniano il loro tempo, e chi invece usa materiali tradizionali come legno, metalli, pietre etc. ritengo non possa rappresentare la nostra epoca.
LO: C'è un rapporto tra la sua Mamma chair (nome ufficiale Up5, che nel 2019, per festeggiarne i 50 anni, è stata collocata, in versione gigante e trafitta da frecce, insieme a UP6, poggiapiedi sferico con attaccata una corda, in piazza del Duomo a Milano) e le Nanà di Niki de Saint Phalle?
GP: Niki de Saint Phalle era un'ottima scultrice che usava l'allegria, la leggerezza, la gioia, etc. Con altri lavori uso anche io le stesse caratteristiche. Con la UP 5&6 chiamata Donna, in realtà ho espresso valori non allegri, sostenendo che i pregiudizi dell'uomo e le sue parole impediscono alla donna di essere se stessa. Da quando ho fatto quell'oggetto sono passati 53 anni e purtroppo in molti Paesi la donna è ancora vittima di violenza, di mancanza di partecipazione alla realtà... La mia convinzione, vedendo la povertà di certi uomini politici nei diversi Paesi nel mondo, è che l'uomo, dopo i contributi che ha dato nella storia, oggi sia stanco. La donna, che fino a poco tempo fa era obbligata nei limiti del privato, oggi si apre all'aspetto pubblico delle cose, con grande vantaggio per il mondo. Non dimentichiamo che simbolicamente il segno dell'uomo è una linea dritta, forse di coerenza, mentre il simbolo della donna è invece una linea spezzata, che ricorda la sua liquidità di comportamento. Il suo essere diverso a seconda dei momenti della giornata, da madre a lavoratrice, da moglie ad amante... assomiglia alla liquidità del nostro tempo dove i valori si avvicendano, si contraddicono, e appaiono e spariscono come le onde del mare.
LO: Come hanno influenzato il suo lavoro la collaborazione con Cassina e B&B Italia?
GP: Quando c'era Cesare, proprietario di Cassina e co-proprietario di quella che oggi si chiama B&B Italia, ero ascoltato da un imprenditore dalla grande lungimiranza. Allora ed ancora oggi sostengo che le compagnie debbano fare anche dei prodotti banali per venderli, e per trarne il vantaggio economico che permette loro di esistere. Parte dei profitti deve essere usata per la sperimentazione. Finché Cesare Cassina era in vita, ho avuto l'opportunità di creare la compagnia sperimentale Bracciodiferro, e di creare la prima serie di prodotti non omogenei pur essendo in serie, non identici ma simili uno all'altro, e con la B&B ho potuto fare la UP 5&6, il piede, e con Cassina la serie Sit Down, primo prodotto di serie aleatoria. Le stesse industrie oggi (particolarmente Cassina) si preoccupano di investire in prodotti innovativi. Ricordo il divano Tramonto a New York, che racconta la storia di una possibile decadenza di un luogo e dei paraventi che aiutano a prendere sonno. I miei colleghi purtroppo non spingono l'innovazione e il design italiano ne soffre. Ho più volte denunciato la decadenza della creatività italiana in questo campo, e ho suggerito che il Ministro della cultura trovi delle soluzioni urgenti, come stabilire che una percentuale del fatturato delle compagnie venga dedicato al finanziamento della sperimentazione
LO: L'Organic Building di Osaka è stato visto come una delle opere fondatrici dell'architettura green, il capostipite dei vari giardini verticali.. Come reinventerebbe oggi il progetto, cosa vi aggiungerebbe?
GP: C'è un progetto di molti anni fa, la Torre Pluralista (1987), che prevedeva una colonna di abitazioni dove ogni piano è progettato da un diverso architetto, (possibilmente i 40-50 migliori architetti del mondo) con le loro diversità che rappresenterebbero le differenze di chi abita i loro spazi. Il progetto consistevanell'avere una colonna di abitazioni diversificate, al centro una colonna di ascensori e scale di sicurezza, e a fianco a queste una colonna di giardini privati ad ogni piano. Questo progetto non l'ho ancora realizzato, perché probabilmente anticipava troppo i tempi. Recentemente in una città del Brasile è risorto l'interesse per la Torre Pluralista. E una città governata dal rispetto per l'ecologia e la sostenibilità dove forse questo mio lavoro troverà la realizzazione, o forse no... ma se non lo sarà nel mio caso, lo sarà in futuro perché dobbiamo ricordare che l'Architettura di oggi, lo Stile Internazionale che vediamo presente in ogni città senza distinzione o caratterizzazione del luogo dove si trova, è un simbolo di totalitarismo, invece la Torre Pluralista è un esempio di democrazia nell'arte più importante e conosciuta al mondo.
«L'umanità ha una caratteristica, la capacità di pensare, ma non vedo questo immenso dono molto diffuso»
LO: Quali ritiene siano i suoi lavori più interessanti?
GP: La Torre Pluralista, la UP 586, la lampada Chador, i vasi che rappresentano il grembo materno.
LO: Qual è la domanda che vorrebbe le sue opere facessero insorgere nel pubblico?
GP: Penso che la cosa più importante sia il desiderio di conoscenza, se il mio lavoro la suscitasse sarebbe giustificato. Il riflettere sul significato dell'arte è un urgente bisogno per far capire il nostro tempo. L'arte con pesci nelle teche nei musei d'arte contemporanea mi lascia estremamente scettico, e così molti esempi di superficialità nell'arte. L'umanità ha una caratteristica molto importante, la capacità di pensare, ma non vedo questo immenso dono molto diffuso, e mi spiace per il giudizio pessimista.
LO: Pensa che il concetto di "tempo della diversità" (dal nome della retrospettiva del MAXXI di Roma nel 2014) sia la chiave di lettura più attuale del nostro presente?
GP: Ne sono convinto, non solo di questo momento storico, maanche di quelli che seguiranno. Il diverso possiede le migliori qualità dell'essere unico. Ricordo che il tempo delle copie sta dietro a noi, e il futuro è fatto di originalità. Nel 1975, proprio con Cassina, per la prima volta sperimentavo una produzione in serie di poltrone e divani, ognuno diverso e simile all'altro, che si chiamava Sit Down. Ancora una volta una cosa non capita, forse perché troppo avanti per i tempi. La diversità dovrebbe essere un valore capito dai politici, che invece si illudono di fare leggi uguali per tutti, mentre la democrazia è il rispetto e la difesa del diverso, proprio il contrario della dittatura. La diversità ci aiuta a comunicare con chi ha un'opinione diversa dalla nostra, l'uguaglianza ci obbliga a tacere. La peggior cosa che possa accadere a una società è la perdita del diritto della parola, all'espressione delle proprie convinzioni, perché se questo decade, il mondo perde valore, e la vita anche.