Perché fotografare le chiese contemporanee di Milano?
Com’è una chiesa oggi? Se lo chiedeva l’architetto americano Peter Eisenman nella relazione di progetto presentata al Concorso Internazionale d’Architettura su invito per la Chiesa del 2000. Ma la domanda più giusta da porsi, per sua stessa ammissione, era un’altra: com’è l’architettura oggi? Parlare di edifici religiosi implica andare oltre la valenza spirituale dell’opera. E questo è particolarmente vero nel caso dell'arcidiocesi di Milano: un committente unico per dimensioni (una delle diocesi più grandi al mondo con oltre 1100 parrocchie) e rito liturgico (quello ambrosiano, diverso dal rito romano adottato comunemente).
La chiese ritratte in questo progetto, costruite dagli anni Cinquanta a oggi, raccontano una parte importante della storia di Milano e delle sue periferie: dal massiccio aumento della popolazione nel dopoguerra fino alle nuove esigenze della Chiesa cattolica di rinnovamento e dialogo con la contemporaneità. Ma c’è molto di più: l’itinerario inedito tracciato mette in evidenza un momento speciale per l’architettura. Una serie di progettisti noti (tra cui Gio Ponti e Cino Zucchi), oppure sconosciuti, desiderosi di sperimentare nuovi linguaggi formali e misurarsi con le complessità di una costruzione la cui funzione è dichiaratamente rappresentativa e deve rispondere, per esigenze legate alla sua stessa natura, a codici e valori precisi. I materiali, la luce, le geometrie compositive, i colori: tutto si muove attorno a un canone invariato. In questi spazi al tempo stesso sacri e abitabili, fisici e spirituali, finiti e infiniti, se un elemento comune va riscontrato è quello della sottrazione, intesa come capacità di sintesi.
Dal centro di Milano fino a Varese. Un pensiero organizzato che riscopre architetture molto amate e molto odiate, mai scontate, spesso sottovalutate. Parte integrante dell’identità culturale dei quartieri e dei piccoli centri, le chiese selezionate sono un riferimento nella geografia quotidiana della comunità. Perché Milano, come la Combray di Marcel Proust, “era soltanto una chiesa che riassumeva tutta la città, la rappresentava, parlava di lei e per lei alle persone lontane”.