Interviste

#WONDERWOMEN: Veronica Etro

In conversazione con Veronica Etro #WONDERWOMEN de L'Officiel Italia
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Figlia di Gimmo Etro, fondatore nel 1968 dell’azienda tessile sviluppatasi nel 1991 in marchio ready to wear, Veronica Etro è dal 2000 direttrice creativa della moda donna. Un ruolo preceduto da due anni di affiancamento al fratello Kean, allora responsabile creativo del brand e oggi a capo del menswear. Formatasi alla Central Saint Martins, appassionata di fotografia, unica femmina con tre fratelli tutti coinvolti in azienda, Veronica è quella che lavora a più stretto contatto col padre. I suoi abiti bohemian, che alle stampe trademark uniscono preziosi dettagli artigianali di impronta etnica, piacciono a una crowd artistica/hippy-chic  internazionale.

Come definiresti lo stile e lʼuniverso di Etro?
Eclettico, esotico, etnico. Un mix di cultura, colore, unicità dei tessuti.

E la donna Etro?
Siamo sempre stati intergenerazionali, molto prima che diventasse di moda. Se dovessi fare un nome, istintivamente direi Marisa Berenson.

Come lavori su una collezione?
Il mio è un lavoro emotivo, per sottrazione. Accumulo un’infinità di stimoli, impressioni di viaggio, libri, mostre, sintetizzo il mondo in un grande collage. Poi comincio a eliminare, fino ad isolare i concetti chiave della collezione. Ad esempio in questi giorni di lockdown ho riscoperto dei vecchi dischi napoletani, ho cominciato a pensare al concetto di musica di sottofondo riflettendo al tema della nuova sfilata. E poi faccio molta ricerca d’archivio.

Dopo vent’anni di lavoro, cosa continua ad affascinarti nella moda?
La manualità. E la ricerca. Il fatto che la moda abbia rotto barriere e si sia fatta portavoce di diversità.

Credi che esista uno sguardo femminile sulla moda? Che il fatto di essere donna ti faccia concepire le tue collezioni in modo diverso dai designer uomini?
Dal punto di vista pratico la differenza è enorme: provo gli abiti che faccio, so dove inserire il reggiseno e penso a fisicità diverse, anche se più di tutto amo i capi genderless che non seguono le forme del corpo: vestaglie, kimoni, kaftani... Da ultima nata dopo tre fratelli non sono mai stata una femme fatale. Mi piacciono gli outfit cortissimi e rivelatori, ma mi piace creare anche per chi non ha un fisico convenzionalmente perfetto. Comunque con Kean cʼè un dialogo incessante e anche con mio padre il confronto è molto forte.

Come ti definiresti?
Sono convinta che l’impronta la prendi da bambino. Per me sono importanti la cultura, i viaggi. La noia non esiste, perchè il mondo è bello e pieno di scoperte. Durante il lockdown mi sono messa a ricamare, ho riscoperto il piccolo punto, il punto croce. Ho fatto la scuola tedesca, nella vita devo avere un tracciato, non mi piace essere una bandierina al vento.

Come si è evoluto il marchio?
La nostra è una moda senza tempo, costruita a partire dall’amore per i tessuti. Credo che fosse evidente anche nella mostra al Mudec per i nostri 50 anni, “Generation Paisley”: mettendo le collezioni insieme ci siamo accorti che dialogavano tra loro in modo fluido, organico. Indubbiamente all’inizio eravamo più creativi nella comunicazione, dovevamo farci conoscere in nuovi mercati. Siamo un’azienda milanese, non comunichiamo in modo strutturato come i francesi. Oggi ti chiedono di fare meno e raccontare di più, noi siamo quelli del fare, fare, fare. Stiamo entrando in contesti nuovi, stiamo iniziando solo adesso a fare red carpet. Noi vendiamo per il 70% abiti, prima le collezioni erano vastissime, adesso ci concentriamo sull’editing per rafforzare il messaggio.

Come vedi il futuro?
Finora abbiamo seguito la stagionalità americana, ma ora sono d’accordo con Giorgio Armani: occorre rallentare e rifocalizzarsi sulla qualità.

Stai lavorando sulla sostenibilità? 
Recuperiamo stock di tessuti per ottimizzare e ridurre gli sprechi. Ma un radicale discorso di sostenibilità comporterebbe il ripensamento di ogni singola cosa, a partire dagli appendiabiti. In questo momento lo vedo abbastanza irrealistico.

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