Il resoconto della moda uomo a Milano e le domande per il futuro
Calato il sipario sulle (poche) sfilate uomo della Milano Fashion Week, l’invito al comparto è di ragionare sì sui fatturati da far crescere. Ma anche sugli scenari culturali che la seconda presidenza Trump prospetta.
Cosa resterà della settimana della moda uomo per l’autunno inverno 2025-26 che si è dipanata tra Firenze e Milano? Sui trend non c’è moltissimo da dire: i designer stanno garbatamente salutando la faccenda del quiet luxury e tra gli insider saranno in pochi a sentirne la mancanza. C’è chi spinge sui contrasti anche stridenti alla Prada, chi prosegue nel ridefinire l’idea di formale/informale tipo Zegna, chi lavora sul classico con dei tocchi young come Dunhill.
E poi ci sono i marchi indie, realtà orgogliosamente al di fuori dei grandi gruppi, Magliano e Setchu per citarne due, che parlano a un pubblico di nicchia, allergico ai loghi e alle ostentazioni, ma attento a un’estetica concettuale. I dati di affluenza della 107esima edizione di Pitti Uomo sono confortanti per i numeri (circa 20mila presenze, di cui 13.300 buyer), un po’ meno se, come ha più volte spiegato lo stesso amministratore delegato Raffaello Napoleone, quando la Fortezza si riempie è perché gli addetti ai lavori sono in cerca di confronto, rassicurazioni e spunti. I numeri della moda uomo riferiti al 2024 sono in flessione (il fatturato del menswear italiano si è attestato su 11,4 miliardi di euro in calo del 4% rispetto all’anno precedente) eppure il presidente di Pitti Immagine Antonio De Matteis invita all’ottimismo perché a suo dire lo scenario è destinato a migliorare.
Dal canto suo, il numero uno di Camera Moda, Carlo Capasa, difende le giornate milanesi del menswear in versione molto ridotta sul fronte sfilate, come ha dichiarato in un'intervista al Corriere della Sera. Ma i veri temi da affrontare forse sono altri. C’è la questione dei prezzi, perché i marchi devono decidere come risolvere la faccenda di costi inaffrontabili per la maggioranza del pubblico. Un tema, questo, strettamente connesso al disamore verso la moda provato da clienti di tutte le età che sognano meno cappotti, borse e scarpe e più viaggi, cene, benessere, anche avviliti da cartellini con cifre esorbitanti.
Ma soprattutto c’è un presidente degli Stati Uniti, che oltre ad accampare pretese sulla Groenlandia, progettare deportazioni di massa e nuovi nomi per il Golfo del Messico, nel discorso di insediamento ha ribadito la sua passione per i dazi doganali che potrebbero pesare sul nostro export, salvo accordi preferenziali con la premier Meloni. E ha detto chiaramente: da oggi solo due generi, uomo e donna.
Come reagirà la moda a questa dichiarazione di guerra al genderless/gender fluid? Rivendicherà la propria indipendenza creativa? Farà quadrato intorno a chi aveva faticosamente conquistato il diritto di vestirsi al di fuori di schemi prestabiliti? O come la triade del tech, Musk, Bezos e Zuckerberg, darà un colpo di spugna alle politiche anche estetiche di diversity & inclusion? Il ritorno a un’eleganza più tradizionale visto tra gli stand del Pitti dove sono rispuntati completi spezzati e un vestire dai tocchi old school come evolverà a fronte di un clima culturale così mutato? Davanti a tutti questi interrogativi, il popolo della moda non può far finta di niente se vuole, come sostiene, ritrovare una connessione profonda con chi quella moda la dovrebbe desiderare e comprare.