Giada Biaggi: esce il libro "Il bikini di Silvya Plath"
La sceneggiatrice, stand up comedian e scrittrice lancia il suo primo libro
I suoi miti sono Miuccia Prada e Freud, la sua arma le parole. Giada Biaggi è la stand up comedian, giornalista e autrice che ha scalato la classifica su Spotify con il suo “Philosophy and the City“, un podcast che porta sul tavolo un aspetto della filosofia ancora inesplorato, con una sana dose di umorismo, tante piccole verità. La sua newsletter "Daddy Issue" ha un seguito notevole, in particolare sulla scena milanese, così come le sue serate di stand up comedy, dove nei suoi brillanti monologhi si intrecciano filosofia, moda, sesso, stereotipi e patriarcato, culturale e non, tutti dissacrati con arguzia e intelligenza. Senza per questo farti smettere di ridere. Il suo primo romanzo parla di relazioni tossiche, moda, letteratura, ovviamente di filosofia, social media, in quello che sembra essere una serie di riti di passaggio, che la protagonista Eva, dovrà provare prima di rendersi conto di voler essere vista, più che ascoltata.
Chi segue il tuo podcast o i tuoi spettacoli ti conosce per i tuoi monologhi arguti e sottili che partono anche dal quotidiano e ai luoghi comuni, come mai hai deciso la strada del romanzo come prima opera?
Diciamo che non l’ho propriamente decisa; è stata la prima cosa grande a cui sto lavorando che ha visto luce in termini eminentemente temporali. Ma ce ne sono molte altre; come ad esempio una serie tv in fase di sviluppo che sto scrivendo con un’altra autrice e un podcast che uscirà prossimamente. Ho un’idea di autorialità molto americana e anglosassone; alla Lena Dunham o alla Phoebe Waller Bridge, per intenderci. Non penso che ci sia gerarchia o un qualche tipo di contraddizione tra scrivere un libro, una serie tv, una canzone o fare una stand-up nello stesso momento creativo della propria esistenza artistica. È solo che in Italia questo tipo di approccio non è comune, perchè la maggioranza degli artisti tende a fare una cosa sola. Ci sono delle sinestesie tra la componente estetica, quella performativa e quella intellettuale del mio lavoro in continuo divenire. Ci tengo a precisare per quanto riguarda questo libro che è un libro a tratti comico (e dalla forte componente allegorica e onirica), ma non è il libro “di una comica”. Ho cercato di creare un romanzo satirico postmoderno che debellasse l’autofiction dall’interno attraverso svariati afflati di realismo magico, sfidando i limiti formali del romanzo contemporaneo - è un romanzo postmoderno che contiene una canzone, svariati elenchi puntati, tassonomie idiosincratiche, un prologo e un epilogo dai toni messianici. Come dice il filosofo Herbert Marcuse un’opera d’arte non è rivoluzionaria per il contenuto, ma per la messa in forma del contenuto. Si può citare Pasolini in maniera reazionaria ed essere epidermicamente marxisti imitando la postura di Kim Kardashian in un monologo di stand-up comedy. Da filosofa sono convinta che sia il lavoro della forma l’unico e il solo a sovrascrivere in maniera politicamente sovversiva un prodotto culturale.
Come hai avuto l’idea del titolo?
Mi è venuta arrabbiandomi qualche anno fa, nel leggere un articolo del The Guardian scritto dalla ricercatrice Cathleen Allyn Conway, che si autodefinisce femminista ma ho le mie riserve al riguardo, che aveva giudicato inappropriato il fatto che per l’edizione UK di una raccolta di lettere inedite di Sylvia fosse stata utilizzata una sua foto sorridente in un bikini bianco sulla spiaggia e con i capelli biondo sciolti, a differenza dell’edizione USA dove invece c’era una foto in cui era vestita da educanda. La Conway parla di sessualizzazione quando si riferisce a questa immagine e di come minimizzi il finale tragico della sua esistenza; è una cosa molto stupida perchè a mio parere non c’è contraddizione tra mettersi un bikini e pensare al suicidio, o perfino compierlo. Il bikini, quindi, non è un qualcosa di sessualizzato se non nel male-gaze che la Conway fagocita pensando di debellarlo in una maniera, tornando a Marcuse, terribilmente reazionaria. Marylin Monroe è la sintesi di questo dramma del femminile e il suo orologio che Eva, la protagonista del libro, ha appeso in bagno simboleggia proprio questo. Non c’è niente di più maschilista della mitizzazione del suicidio femminile anche quando fatto dalle donne, anzi soprattutto quando fatto da loro. “Dell’erotismo si può dire che è l’approvazione della vita fin dentro la morte” scrive Georges Bataille e Sylvia con il suo bikini (e il suo destino) lo ha lessicalizzato in una maniera esteticamente politica. E ontologicamente femminista. Così come lo è lo “shot culo” con cui si apre il booktrailer che ho girato con il regista Simone Rovellini.
Quali sono le tematiche che affronti e in che modo? E qual è il messaggio del libro?
Come ti dicevo fare letteratura o arte in genere per me è una questione formale e non di contenuto. Non penso che se tu appartieni a una minoranza devi per forza fare del tuo libro un pamphlet; io non voglio parlare solo di violenza sulle donne o di orgasmo vaginale in quanto creativa. Il mio libro confonde volontariamente le acque; Eva è una femminista o una donna con dipendenze affettive? Per me, la mia Eva è un’artista che non sa ancora di esserlo questo si evince dalla lingua che sa creare, usando espressioni come “pompino foucaldiano”. La cosa che mi premeva di fare come scrittrice era dare una descrizione onirica di Internet e del mondo dei social oltre la banalizzazione della dinamica narcisistica con cui spesso viene fatto dalla letteratura contemporanea; volevo raccontare in maniera estremamente letteraria del lato odeporico-proustiano delle app di meditazione trascendentale, degli estratti delle conferenze dei filosofi di Tik Tok e di You Tube, come luogo della convivenza impossibile tra video rap e poesie di Sylvia Plath. La cosa forse più audace e originale a livello di contesto che ho fatto di questo libro è stata il raccontare lo stupro paterno che la protagonista subisce non raccontandolo; tutta la violenza è ermeticamente racchiusa in quattro righe contate del romanzo. Anche questo penso sia marcusianamente molto politico, molto più delle scarpette rosse o delle statistiche postate compulsivamente sul femminicidio in Italia. Sulla sfondo di tutto il mondo dell’arte contemporanea che conosco molto bene esemplificato dal mio elenco preferito del libro ovvero quello che descrive la fauna di Fondazione Prada.
Nel libro si parla di amore non corrisposto, perché piace sempre ciò che non si può avere?
Più che di amore non corrisposto il libro affronta la tematica della crisi del maschio etero nelle grandi città e nell’industria creativa. Devo dire che raramente mi capita di parlare con uomini del mio ambiente che non trovo ridicoli per svariati aspetti; dal: “Ti credi intelligente perché scrivi?” al non pagarti il drink alla prima uscita dicendo: “Beh se sei una femminista te lo puoi pagare da sola!”passando per citazioni sterili di Battiato e Pasolini. Penso che gli uomini debbano tornare nella sfera pokè e pensarsi un po’ in questa fase storica. È come se in parte hanno esaurito il loro potenziale creativo, credo sia proprio una questione fisiologica dovuto al dopo #MeToo. Tutto questo li porta a una relazione o conflittuale/passivo aggressiva o asfittica con le donne; come il Ludovico del libro che cura mostre con solo artiste donne; o in genere quelli che dicono che lavorano con le donne e vogliono bene alla mamma come se fosse una Green Card per la loro morale. È proprio questo che intendo quando parlo di patriarcato negazionista. C’è proprio un tipo di uomo intellettuale che critico molto nel libro che ha relazioni con donne meno brillanti di lui per legittimarsi; come uno dei miei alter-ego nel libro - il filosofo francese Marc Poulin che conduce il podcast La Philosophie est très sexy, ma sta con la sosia di Vanessa Paradis.
Masochismo o voglia di sfida (un mondo competitivo creato dalla società in cui viviamo?
Sono una persona molto competitiva. Non sono una bellissima persona sotto questo aspetto. Però quello che mi spinge a fare quello che faccio è fare cose nuove; quindi è più una hybris non una voglia di distruggere l’altro. Penso però che solitudine e ambizione vadano un po’ a braccetto in una città come Milano i cui vivo.
Quando è nata la tua passione per la filosofia, come la integri nei tuoi monologhi ironici?
Per una fase della mi vita, fai fino ai 25, il sapere per me è stato come una droga. In questo mi rivedo simbolicamente nella protagonista Eva che pippa sui libri; questa è una lettura allegorica della droga nel libro. È nata molto banalmente al liceo e poi mi è sempre sembrata una cosa molto chic, astratta e il padroneggiarlo mi rendeva diversa dagli altri. Ho fatto delle cose davvero pazze quando studiavo; tipo per un anno ho letto solo la logica di Hegel e imparavo a memoria interi paragrafi; poi avevo legato ogni paragrafo a un giorno della settimana e lo recitavo come mantra prima di uscire di casa tipo recitazione buddista. Credo che mi piaccia perché è un qualcosa che mi fa sentire superiore agli altri, non è un sentimento nobile, però onesto. La mia pratica comica è molto decostruzionista alla Deridda; adesso ho iniziato a imitare Pasolini con il lupetto nero e gli occhiali scuri che metto a un certo punto sopra la minigonna negli spettacoli. Ultimamente mi sto focalizzando sulla parodia dell’intellettuale; ma è tutto in costante evoluzione!
Secondo te quanto è importante riderci su?
Non è che si tratta di non ridere, ma di non piangere. Sono una persona molto cinica e malinconica; vedo la risata come un airbag per la morte. Anche in questo il titolo del mio libro è evocativo di questa dinamica. Fare ridere gli altri infondo è una cosa molto dolorosa, ma estremamente poetica. Decidere che nella vita vuoi vivere facendo ridere gli altri del tuo dolore forse è l’unica forma di altruismo di cui sono capace.
Cosa significa essere una stand up comedian donna? Ci sono delle difficoltà, differenze di trattamento?
Sì, il mondo della comicità è molto sessista. A me la scena italiana inquieta abbastanza. Mi sento più affine a comiche americane come Amy Shumer e Taylor Tomlinson. Pensa che a Milano c’è una serata di comedy che si chiama Maschi Bianchi Eterosessuali, ma come stanno? Hanno davvero creato una inception non richiesta tra Il racconto dell’ancella e un film di Woody Allen? Spero che quello che sto iniziando a fare con molta fatica e peli sullo stomaco possa essere aspirazionale per la prossima generazione di comiche italiane. Il mio sogno? Le comedian in front row alle sfilate come all’ultima NYFW.
Quanto è difficile essere donna e single a Milano e in generale dopo i 30?
È tutto molto confuso. A Milano, mi trovo spesso a vivere rapporti sospesi tra l’amicizia, il sesso e una malsana forma di stima professionale. Del tipo: facciamo sesso, mi piace quello che fai, sei bellissima, però… A) ho una ragazza B) non ho una ragazza da poco quindi non la voglio C) forse non mi piacciono le ragazze. Personalmente, per me essere single è un grande spunto creativo e mi rende molto libera in questa fase in cui mi sto concentrando sul mio progetto. So che sono una bella ragazza e di piacere lì per lì, ma se fossi stata corrisposta in amore non sarei mai diventata una scrittrice affamata di complessità. In questo sono molto Sylvia. Però, mi piacciono i baci sul collo - forse quello che mi manca più di una relazione è la tenerezza quotidiana, però diciamo che il mio cagnolino Vittorio è un buon palliativo!
LA TRAMA
Eva è una brillante dottoranda in Filosofia dell'arte, studia la performance femminista, detesta il "patriarcato negazionista", frequenta l'ambiente delle Fondazioni che fanno tendenza con la loro coda di after-party e anglismi d'ordinanza, vive a Milano in un monolocale soppalcato che costa più del dovuto, legge Sylvia Plath mentre segue compulsivamente gli account social di Claudia Schiffer. Impelagata in un'ossessiva relazione di sexting su Instagram, in una tesi di dottorato da concludere con un professore-seduttore, Eva arriva a dividersi tra cocaina, masturbazione, le sleep stories dell'app Calm e dialoghi immaginari con Freud, Woody Allen e David Foster Wallace.