The Now Icon: Jordan Roth & Anna Cleveland
«Il Covid-19 sta scuotendo dalle fondamenta l’essenza stessa della rappresentazione teatrale, che è una forma d’arte che richiede la convergenza della comunità per raccontare una storia», esordisce Jordan Roth, al telefono da New York. Presidente e proprietario della quota di maggioranza di cinque teatri di Broadway, i Jujamcyn Theaters, produttore di spettacoli di grandissimo successo (dal revival di “Angels in America” a “Moulin Rouge”, “Kinky Boots” e “Hadestown”), vincitore di cinque Tony Awards, a 44 anni Roth è anche una figura di spicco della comunità LGBTQ newyorchese: «Non mi definirei propriamente un attivista, cerco soprattutto di raccontare, di articolare il mio percorso perché produca una risonanza nel percorso di altri: quando hai un problema la cosa peggiore è ritenere di essere solo ad affrontarlo. Mentre possiamo condividere le nostre esperienze per rafforzarci e sostenerci a vicenda nella vita di tutti i giorni».
In questo raccontarsi, la moda come forza liberatrice e veicolo dell’espressione di sé gioca un ruolo fondamentale. Non c’è fashion addict che non ricordi i suoi outfit sensazionali sul red carpet, dalla cappa “scultura vivente” di Iris Van Herpen con il trompe l’oeil di un teatro indossata al Met Gala dell’anno scorso al cappotto rosso con mantella di cristalli della neonata Givenchy Haute Couture maschile del Met Gala 2018, al cappotto rosso ma coperto di fiori, sempre Givenchy, dei Tony Awards 2018 al mantello da sera di Zac Posen alla prima del suo musical “Moulin Rouge”, fino a un’altra immaginifica cappa, questa volta di Viktor&Rolf Couture, alla prima del film “Cats”. Uno stile flamboyant adottato però solo recentemente ed esaltato anche in questo shooting realizzato a quattro mani con la fotografa-artista - Ellen von Unwerth e l'amica Anna Cleveland durante la settimana della haute couture parigina dello scorso gennaio. Figlio di una produttrice teatrale e di un tycoon dell’immobiliare, fino a tre o quattro anni fa, Roth vestiva infatti un’uniforme adottata da giovane, quando temeva di non essere preso sul serio nell’ambiente teatrale. Un’uniforme da (smart) businessman: tanti suits neri, blu o grigi, preferibilmente Prada. «Quando mi sono dato il permesso di esprimermi anche attraverso la moda, perché mi sono finalmente sentito abbastanza sicuro della mia posizione nel mondo del teatro per poter abbandonare l’uniforme, un mio compagno di college mi ha mandato una foto di quando eravamo ragazzi, e ho realizzato che allora usavo già la moda per esprimermi creativamente, per rendere visibile quello che provavo dentro. Vale anche per i capelli: ora sono lunghissimi, per anni ero praticamente rasato, da ragazzo li portavo lunghi per differenziarmi dagli altri. Il mio “risveglio” fashion è iniziato nella primavera del 2017, cercavo un vestito per i Tony Awards e Anna Wintour mi suggerì di vestirmi Gucci. Michael Philouze (stylist per varie edizioni di “Vogue”, nda) mi aveva preparato due outfit, un suit formale e un tuxedo rosso ciliegia con una testa di tigre ricamata di cristalli sul retro. La mia prima reazione è stata: è troppo! Ma l’ho provato e sono impazzito. Ero ancora dubbioso ma l’approvazione di Anna Wintour finì per convincermi definitivamente. E a quel punto non ho più vissuto la serata della premiazione in preda all’ansia di vincere o perdere, ma come un’avventura giocosa. All’inizio mi concedevo questa libertà espressiva solo nelle grandi occasioni, poi ho cominciato ad avvertire la mancanza di connessione con la vita quotidiana, mi sono detto: io sono così, eppure non accetto di esserlo nella vita di tutti i giorni! Perché l’alternativa non è tra fancy e casual, ma tra espressione di sé e repressione di sé, e una volta che hai assaporato il piacere della liberà privarsene ti fa sentire completamente alienato». E infatti ormai il suo profilo Instagram è una gallery di mises altrettanto creative anche in versione giorno, firmate Richard Quinn, Alexander McQueen, Thom Browne.
«Mi piace molto Iris Van Herpen, sia come artista che come essere umano. Lavorare con lei per creare la cappa del Met Gala è stato come creare un’opera teatrale, dove nessuno dei due poteva neppure immaginare in partenza dove saremmo arrivati alla fine. Iris mi ha costantemente meravigliato e affascinato per il suo modo unico di incorporare una sorta di devozione per il mondo naturale e la tecnologia, una tensione apparentemente impossibile che pure, grazie alla sua testa e alle sue mani, diventa possibile con un risultato che sembra privo di sforzo. E adoro Clare Waight Keller per la sua interpretazione istintiva e anche in questo caso effortless della legacy di Hubert de Givenchy, della sua couture classica e squisita (l’intervista è del 10 aprile scorso e l’annuncio Givenchy sulla fine del rapporto tra la maison e l’allora direttrice creativa è stato diffuso appena finita la nostra conversazione telefonica, nda). Mi piace molto anche Thom Browne per la sua brillante esplorazione degli stereotipi di genere che riesce a far esplodere sia a livello iconografico che funzionale». Di Richard Quinn dice che «colori, patterns, volumi, giochi di scala mi hanno permesso di dar voce alla mia esuberanza», del vintage, che su Instagram sfoggia con sicurezza, da Ungaro a Norma Kamali, sostiene che gli procura la sensazione «di entrare nella grotta del tesoro».
«La moda è la possibilità di esprimersi attraverso il lavoro degli altri, la fotografia di moda è il momento per eccellenza in cui la fantasia diventa realtà. A volte mi vesto e dico a me stesso: questo outfit è molto Martha Graham, questo è molto Audrey Hepburn, ma a volte capisco solo dopo, rivedendo un’immagine, un gesto, il modello di riferimento che mi ha guidato inconsciamente nella scelta di un abito. Ho incorporato dentro di me così tante fantasie fin da bambino. Una persona speciale è stata mia nonna, scomparsa a dicembre a quasi 98 anni, con cui avevo una complicità totale. Aveva uno stile esuberante e abiti bellissimi, non di marchi di lusso, ma recuperati nei mercati delle pulci. Quando indosso i suoi cappelli, i suoi bijoux la sento con me».
Foto Ellen von Unwerth
Testo Fabia Di Drusco
Styling Gaultier Desandre Navarre
Hair stylist Shay Shaz @ B-Agency
Make-up artist Natsuki Oneyama @ Agency Aurélien
Manicure Chloé Desmarchelier @ Atomo Management
Props stylist Jade Boyeldieu d'Auvigny
Producer Zoé Martin @ Producing Love
Assistenti fotografo Stan Rey-Grange, Peter Kayser, Nine David e Matias Brigidano
Stylist assistant Camille Ayed e Celine Sabbagh
Special thanks to La Réserve Paris