Marina Spadafora e D-Refashionlab
Ambassador di Fashion Revolution Italia e fashion activist, Marina Spadafora collabora con Dyloan per lanciare a Milano D-house: un laboratorio urbano dove si può intervenire sull’overstock dei capi di moda attraverso l’applicazione creativa delle tecnologie più avanzate e dell'upcycling creativo
Quando le chiedono cosa è la sostenibilità, come risponde?
Marina Spadafora: Oggi, a noi che siamo nel mondo della sostenibilità da tanti anni, siccome è un termine usato troppo e a volte usato impropriamente, ci piace parlare di responsabilità. La responsabilità, in tutti i campi, è ciò che stiamo cercando di promuovere e ottenere come risultato dell’informazione, dell’educazione nel settore moda.
Di che cosa si occupa con Fashion Revolution Italia?
MS: Fashion Revolution Italia nasce a seguito dell'incidente del 2013 in Bangladesh, quando crollò una fabbrica che si chiamava RanaPlaza, uccidendo 1138 persone e ferendone più di 2.500. Da allora due donne coraggiose a Londra, Orsola De Castro e Carrie Sommers, fondano Fashion Revolution, con l’hashtag #whomademyclothes. L’anno dopo, 2014, mi chiedono di diventare responsabile Italia e accetto volentieri, lavorandoci ancora. Noi ci occupiamo prevalentemente di informare i consumatori sull’importanza delle loro scelte, attraverso istruzione, eventi, comunicazione, e siamo molto presenti nelle scuole - insegno allo IED, alla Domus Academy, Parson nel centro America, in Honduras - cerchiamo di risvegliare giovani menti in tutto il mondo.
Come si parla ai giovani di sostenibilità? E come definire la parola di Fashion Activist?
MS: Un Fashion Activist è qualcuno che mette al servizio della comunità la propria energia per portare un cambiamento positivo nel mondo della moda. Ci sono già tanti segnali che questo sta già accadendo, la pandemia è stato un momento di riflessione e ne sono uscite persone più consapevoli, più desiderose di un cambiamento. Un activist è colui che si mette in prima linea a sostenere dei valori, dei diritti dell’ambiente e delle persone ed è quello che faccio costantemente, attraverso interviste come questa, piuttosto che lezioni in università, piuttosto che interventi diretti con le aziende.
Come si può influenzare positivamente le nuove generazioni? Quale è il dialogo migliore che possiamo ottenere affinché la sostenibilità non sia vista come un monito costante a cosa ‘non fare’?
MS: La sostenibilità sta diventando cool, quindi l’unico modo per coinvolgere la Gen Z è fargli capire che se sono sostenibili allora sono anche cool. Far capire che la sostenibilità non è così difficile da ottenere, comprare vintage per esempio, cercare di informarsi prima di comprare, focalizzarsi su brand che magari sono più attenti perché ormai la trasparenza è importante. Ormai tutti i brand vengono monitorati: sul sito di Fashion Revolution possiamo vedere il così detto ‘Indice di trasparenza’, dove chiediamo ai brand di dirci dove sono prodotti, chi li produce, come sono trattate le persone che lavorano per loro e da come risponde il brand ha un rating più o meno alto. Ovviamente trasparenza non significa necessariamente sostenibilità, ma senza quelle noi non sappiamo cosa sta facendo un brand, quindi la trasparenza è fondamentale. Poi ci sono alcune app che ci danno delle informazione specifiche sulle attività dei marchi che amiamo: quindi informarsi prima di comprare. Ogni volta che spendiamo i nostri soldi, andiamo a finanziare delle attività di una azienda che, se non si sta comportando in maniera etica, ne diventiamo complici.
Come si scopre se un brand fa greewashing?
MS: Per distinguere attività vere da attività di Green Washing dico sempre di guardare la continuità, perché se un brand fa un progetto sostenibile e poi la stagione seguente non fa nulla e continua ad essere sporadico, vuol dire che un pò di Green washing esiste. Perché il processo per andare verso la sostenibilità, deve essere un processo con dei traguardi specifici e sono traguardi lontani, e questo processo deve essere fatto passo per passo: noi dobbiamo vedere che il brand ci sa raccontare quali sono ogni volta i nuovi passi verso quella direzione e non semplici spot pubblicitari. Ci sono molti modi per trovare informazioni sui brand, spesso quando vai sui loro siti purtroppo è un calvario: qui in Italia quando diamo il nostro apporto di trasparenza, abbiamo proprio persone dedicate che vanno a spulciare i siti dei brand; c’è tanta ‘fuffa’, parole vaghe e non dati veri.
A cosa state lavorando?
MS: Con altre 59 organizzazioni non governative, abbiamo stilato una proposta di legge che hanno mandato al parlamento Europeo, che si chiama ‘Fair& Sustainable textiles’ , che si prefigge di dare indicazioni al governo europeo che dovrebbe stilare una legge onnicomprensiva sul tessile entro il 2021. Siamo molto curiosi di sapere cosa ne verrà fuori.
Sul tema delle regolamentazioni, anche qui c’è grandissima confusione. Si tratta di un intervento che ha una base politica, lei è d'accordo?
MS: Ci sono molti tipi di certificazioni diverse, non c’è un’organizzazione unica che le valuti tutte e soprattutto non c’è una legislazione internazionale che metta d’accordo tutti i sistemi produttivi attuali. Io dico sempre che per avere il vero cambiamento abbiamo bisogno della spinta dal basso, dalle radici dell’erba, che siamo noi consumatori, e poi ci vogliono le leggi, che se non ci sono diventa difficile. Nel comparto agro-alimentare ci sono leggi molto serie per i cibi inscatolati, devono esserci tutti gli ingredienti nel retro della scatola per vedere cosa c’è dentro. Lo stesso vale per la cosmesi, quindi dato che la pelle è l’organo più esteso del nostro corpo e quello più assorbente, tutto ciò che vi viene a contatto, viene assorbito. Spesso vengono importati dei capi che sono stati colorati con gli Alzoidi, che sono i metalli pesanti che qui in Europa, America, Canada e in Giappone sono proibiti, ma in molti altri paesi dove si produce la moda non c’è questa legge. Green peace ha fatto un test: sono andati a comprare prodotti a buon mercato fino a quelli dei designer, li hanno portati in laboratorio e tre capi su cinque avevano dentro questi metalli pesanti. Queste produzioni che non vengono controllate in maniera corretta alla dogana si riflettono su di noi. Serve un'etichetta parlante con un codice QR che ci può dare la storia di quel capo, dalla materia prima al capo finito.
Perché secondo te la moda non viene presa seriamente dai governi? Perché si pensa al cibo e non a quello che indossiamo?
MS: In Italia il comparto moda è la seconda industria italiana , diamo lavoro a moltissime persone, nel PIL siamo molto rilevanti, ma il governo ancora non ha capito che questa è una industria strategica per il paese e questo è veramente triste. Hanno chiesto a me e anche d altre associazioni, Carlo Capasa di Camera Nazionale della moda Italiana, di chiedere al Senato recovery founds, fondi di investimento per supportare il sistema. Forse perché la moda è pensata come qualcosa di frivolo, qualcosa di bello, per le signorine, non lo so il motivo. Ci sono 70 milioni di persone che lavorano nella catena della moda e 300 milioni in quella del tessile in generale, quindi è una delle industrie a più alta manualità che esistono. È ora di fare attenzione e dare le giuste leggi, o ci troveremo con delle situazioni sociali problematiche.
Cosa ne pensa di Greta Thunberg?
MS: Penso che sia fantastica e che rappresenti il punto di vista di tantissimi giovani, infatti amo chiamare questa generazione la Gen G, giovanissimi, e grazie a lei si è creata una consapevolezza. Soprattutto in Italia la Generazione Z non è consapevole, lo so perché io insegno, all’inizio dei miei corsi mi rendo conto che non sanno nulla sulla sostenibilità nella moda.
Del suo progetto con Dyloan ci spieghi cosa è e cosa state lanciando su Milano?
MS: Dyloan è un’azienda che opera da più di 30 anni nel settore moda e sono specializzati nelle tecnologie più avanzate: laser, painting 3D, etc nella moda, il che è molto interessante. Hanno constato, dopo aver lavorato con alcuni tra i più grandi gruppi di moda come Kering, che in Francia è ora vietato incenerire o smaltire lo stock che viene accumulato dai capi che non vengono venduti e hanno pensato di offrire le loro tecnologie e servizi per modificare questi capi dell’inventario che rimane in giacenza e dargli una nuova vita. Per fare un capo d’abbigliamento, soprattutto ai livelli ‘lusso’, vengono impegnate tante energie umane lavorative e viene anche prodotta della CO2. Si tratta di un processo oneroso e altamente inquinante. Bruciare o buttare in discarica i prototipi o i capi invenduti è veramente un peccato - speriamo che questo diventi legge anche in Europa. Quindi quello che stiamo facendo con D-Lab è di lavorare a stretto contatto con i team creativi dei brand, decidere quali interventi fare su capi, modificarli per donare nuova vita, mettendoli nuovamente in vita o inserendoli in piattaforme online dedicate. Io credo sarebbe importante creare dei corner nei flagship stores, perché questa attività è sostenibile, è un’attività di CSR, e siccome molti brand devono stilare alla fine dell’anno il rapporto di sostenibilità, soprattutto quelli che vengono quotati in borsa, questo progetto potrebbe essere parte delle soluzioni di responsabilità aziendale. L’azienda Dyloan è di Chieti in Abruzzo, hanno preso uno spazio su Milano, vicino al Monumentale, un laboratorio urbano dove sono stati portati, uno per, i macchinari che servono proprio a dimostrare ai brand cosa si può fare per intervenire sui capi.
Quali altri progetti la aspettano nella tua missione verso la sostenibilità?
MS: Con mio marito abbiamo un progetto molto bello che si chiama Fashion Mission, si propone di andare a scoprire e a filmare realtà, sia in Italia che nel resto del mondo, di giovani brand sostenibili che possano collaborare con artigiani locali e crediamo che questa partnership dia vantaggi ad entrambi. I designer giovani danno novità, creatività e bellezza agli artigiani, questi invece danno qualità e consistenza, tradizione e savoire-faire.
D-house laboratorio urbano presenta D-refashion lab il nuovo progetto di upcycling che propone d’intervenire sull’overstock attraverso l’applicazione creativa delle tecnologie più avanzate
D-house è uno spin-off di Dyloan, azienda manifatturiera dal 1987, che ha come principale obiettivo quello di portare l’innovazione tecnologica all’interno del mondo della moda, dell’arte e del design.
D-house laboratorio urbano si trova in centro a Milano ed è la naturale evoluzione e l’ideale contenitore delle esperienze maturate in 30 anni di attività con dei partner strategici internazionali.
Tra le varie attività di ricerca & sviluppo, D-house ha come obiettivo la rivisitazione, attraverso l’applicazione creativa delle tecnologie più avanzate, dei capi invenduti per ridare loro una seconda vita. Il progetto nasce da un’idea di Loreto di Rienzo – direttore D-house laboratorio urbano – e Stefano Micelli – Professore di Economia e Gestione delle Imprese all’Università Ca’Foscari di Venezia- e con Marina Spadafora nella veste di sustainability advisor.
Attraverso le tecnologie di D-house e la collaborazione di fashion designer, interior designer, artisti e creativi, l’azienda propone 4 diversi tipi di “pacchetti di personalizzazione” e, grazie al team grafico, il progetto D-refashion lab offre la possibilità di vedere, in anteprima digitale, le diverse possibilità di customizzazione. Questo metodo permette di ridurre gli sprechi di materiale e di impostare una linea di produzione più consapevole, di contribuire a una diversa percezione del lavoro tecnologico e artigianale e suggerire nuovi modelli di consumo.
Il kick off del progetto D-refashion lab è stato presentato a Giugno, ora apre le porte anche un bar/ristorante aperto al pubblico con piatti creati con ingredienti bio.
D-refashion lab si trova alla D-house in Via Galileo Ferraris, 1 a Milano.