Il Salone International de la Haute Horlogerie di Ginevra (SIHH) è il primo e più autorevole colpo di sonda che l’industria del tempo indirizza verso il proprio stesso futuro. La circospezione suggerita dai rivolgimenti economici globali e l’incertezza sulla transizione stessa delle grandi fiere di settore sono state accompagnate da una palpabile volontà di riaffermare la propria identità. Se la kermesse ha spalancato negli anni il suo salotto buono al mondo, guadagnando in popolarità ciò che ha perduto in esclusività, le più prestigiose Maison hanno cercato centratura nel proprio patrimonio, nei propri codici, senza snaturarsi in un eccesso di ruffianeria verso i mercati emergenti. Qualche caduta di stile si è vista, i guizzi figurativi non sono stati epocali, ma l’appassionato ha trovato tantissime pregevoli realizzazioni con cui deliziarsi. In filigrana si percepisce l’imperativo di svecchiare il classico, di avvicinare le nuove generazioni, ma rendendosi sempre riconoscibili, distinguendosi. Rendersi immediatamente identificabili è commercialmente la pietra filosofale. E la riconoscibilità passa dalla continuità - su cui Rolex addestra il mondo da decenni – dimostrando non facile l’equilibrismo fra rinnovamento e coerenza, fra esigenza di sorprendere e necessità di riaffermare. Ecco allora la ricerca, per molti invero fruttuosa, del proprio nucleo cellulare, del proprio patrimonio genetico originario, da riprodurre o, nel caso, modificare. Iniziamo questo approfondimento lungo il 2019 dell’Alta Orologeria con la complicazione che più di ogni altra governa il futuro, come contrappunto simbolico a ciò che ancora sfugge: il calendario perpetuo. A Ginevra i perpetuali sono stati protagonisti di una gloriosa palingenesi, nelle mani ispirate dei maestri delle grandi Manifatture. Ne ho scelti 8, numero simbolo dell’infinito. Dalla scultorea audacia espressiva del Code Audemars Piguet alla regola aurea di A. Lange & Söhne, dagli orizzonti idilliaci di Vacheron Constantin ai cieli belligeranti IWC, otto campioni di quel classico che ha saputo svestire l’aura fané del conformismo per farsi semplicemente “giusto”, fra interpretazioni formali, informali e sportive.