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Today's Master: Capo Plaza racconta il nuovo album "Plaza"

Il rapper salernitano classe 1998, racconta con un'intervista il suo nuovo album "Plaza". Tra racconti di vita, successi e collaborazioni internazionali è pronto a mettersi a nudo con il suo nuovo progetto.
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Quando incontro il giovane rapper negli studi della Warner a Milano, Luca D'Orso aka Capo Plaza, non vede l'ora dell'uscita del suo nuovo album intitolato "Plaza". Dopo il grande successo di Allenamento #4, il primo singolo estratto dall'album in cima alle classifiche e al numero 1 delle tendenze di YouTube girato allo Stadio di San Siro, il nuovo album dell'artista presenta un progetto a 360° con il lancio del primo prodotto editoriale, il magazine Plaza. "È diverso quando un artista presenta un album intitolato con il proprio nome.." racconta: "Capo Plaza è nato in maniera spontanea. Quando ero piccolo come tanti altri ragazzini facevo le scritte sui muri e il mio tag era 'Plaza' poi all’età di 10 - 11 anni ho iniziato a scrivere le prime canzoni e il mondo rap essendo molto competitivo ho provato ad accostare un nome al mio tag. Ho provato Lil, Young, alla fine 'Capo' suonava decisamente bene e ho capito che tra i tanti nomi che avevo provato, quello che preferivo rimaneva sempre Capo Plaza."

Vorrei iniziare dagli albori. Ma è vero che il tuo approccio alla scena musicale rap è nato con il video musicale “Stroger” di Kanye West? 
Si! Già all’epoca mi ricordo che quel video era diverso, si percepiva che c’era l’unione di Kanye e i Daft Punk. Musicalmente si trattava di un fenomeno nuovo era un rap arrangiato con una base differente. Io ero folgorato da quel pezzo, poi ho iniziato a coltivare il mio gusto musicale.

Poi ad un certo punto tuo zio ti regalò un disco che conteneva delle canzoni rap..
Mio zio mi aveva regalato un cd masterizzato. Mi ricordo che in quel disco, c’erano anche canzone neo melodiche e giusto 3 canzoni rap. Dopo un paio d’anni con l’arrivo di internet a casa mia, con YouTube piano piano ho coltivato la mia cultura musicale.

Quanto ha influenzato il tuo background, la tua formazione sul tuo attuale lavoro? 
Ha influenzato parecchio il mio lavoro. Ho trascorso i miei anni della formazione dai 10 ai 16 anni a Salerno, poi mi sono trasferito a Milano dove sono attualmente e devo dire che anche questa città mi sta facendo crescere tanto. Chiaramente le mie radici sono là e se oggi sono così è per come sono cresciuto, ma sono convinto che era necessario per me uno step successivo
 

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A brevissimo uscirà il tuo nuovo disco “Plaza” cosa rappresenta per te? 
“Plaza” segna un nuovo capitolo della mia vita, sono maturato tanto sia musicalmente che come uomo. In questo disco ho deciso di mettermi a nudo. Ci sono tante facce di una persona e anche da artisti abbiamo le nostre vittorie e le nostre sconfitte per questo si chiama come il mio nome. Sono me stesso.

Che cosa è cambiato dai primi 2 album? 
Oggi sono molto più sicuro di me a mettere la mia penna sul foglio e mi accorgo subito se qualcosa non funziona. Negli altri due dischi raccontavo storie ed esperienze di altri, in questo nuovo album ci sono solo storie e racconti di me. Tutto è avvenuto spontaneamente. Rispetto al primo disco in cui avevo molto meno pubblico sentivo il bisogno di dare di più. Mi rendo conto che c’è stata una maturazione artistica mia personale, prima scrivevo molto di getto, ora sono più consapevole. Con "20" sono cresciuto e oggi sono arrivato a Plaza che è il giusto compromesso per tutti, non solo per me stesso, Luca, ma anche per tutto il mio staff.

Come funziona il tuo processo di scrittura e di creazione?
Io scrivo di getto, ma chiaramente ci sono momenti migliori e peggiori. Quando faccio un pezzo che mi piace nei giorni successivi produco molto bene perché sono “preso bene”. Quando non riesco a portare a termine qualcosa nella stessa giornata ci metto un po’ di tempo, ma per me il pezzo perfetto deve nascere in meno di un’ora. Tutte le mie più grandi hit sono nate in mezz’ora, una o due ore. In questo disco ci sono canzoni che ho scritto in poco tempo e altre più elaborate e studiate anche per due o tre settimane.

I tuoi ascoltatori percepiscono che cosa viene scritto di getto e che costa è più meditato?
Tante volte sì e tante volte no. Questo è il mio metodo di scrittura, o lo faccio subito oppure mi prendo del tempo ci sbatto la testa e poi lo faccio.

Chiaro che la musica è sempre stata al passo con il tempo e la moda. Mi sono sempre domandato come mai il movimento rap e trap si relazionasse così tanto con la moda. Hai una risposta? 
Fa parte dell’immaginario hip hop, da piccolo ero influenzato da rapper come Kanye West, Pharrel o 2Pac, tutti molto attenti alle mode e icone di stile. La prima cosa che ti affascina di questo mondo è come sono vestiti, la loro attitude, da cosa nasce cosa e ti innamori anche dello stile. Poi vuoi sapere i marchi che indossano e inizi a coltivare anche i tuoi marchi preferiti, spesso con un approccio ricercato. In Italia è una novità ma in America esiste già dagli anni ’80 e ’90. Talvolta è quasi come una competizione avere un capo che un tuo collega non possiede. L’abbigliamento è anche un biglietto da visita, e un sistema immediato per dire “Io ce l’ho fatta” io prima tutti questi marchi non potevo permettere. Per me indossare questi marchi è come portare addosso i propri trofei, a 7 anni li vedevo addosso a 2Pac e oggi posso permettermeli anche io.
 

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Quali sono i tuoi brand di riferimento?
Sicuramente tra i miei brand preferiti c’è Dior, Amiri, Nike, Fendi e Dsquared2 ma per me la cosa più importante è trovare sempre qualcosa di ricercato. Non mi piacciono i grandi classici che possiedono tutti.

Come sono oggi i ritmi?
Come per la moda anche per il panorama musicale c’è un cambiamento continuo. Trovo che la mia generazione è molto abituata a tutti i cambiamenti repentini, ogni giorno nascono nuovi trend e oramai siamo abituati anche a questo. In Italia sta avvenendo anche un cambiamento generazionale nel settore della musica. Io sono del 1998 e ho vissuto anche quelle situazioni in cui da adolescente ti trovavi ad andare a citofonare a casa i tuoi amici, e non avevo il mio telefonino e sono felice ad averle vissute. Mi dispiace che le nuove generazioni non riescano a vivere le situazioni normali e semplici. Allo stesso tempo, oggi sono molto più preparati e immediati, basta aprire Instagram o Tik Tok e sono a conoscenza di tutto.

Tral’altro da poco hai aperto il tuo canale Tik Tok, cosa condividerai?
Non ne ho ancora idea, ma ci sta Tik Tok ho milioni di follower anche lì ed è giusto che sto al passo con il tempo. Devo anche io ampliare i miei orizzonti, non posso rimanere solo ed esclusivamente fermo ad Instagram.

Facendo parte della generazione z, quanto hanno influito nella tua carriera i social network?
Penso che mi abbiano dato una bella spinta ad uscire dalla mia città. Per chi fa musica o per chi vuole farsi notare sono ottimi strumenti di lavoro. Personalmente non pubblico tantissimo se non quando esce un nuovo disco, un nuovo progetto. Tante volte creano anche nuove connessioni, non ti nego che anche io ho ottenuto collegamenti con persone in America, in Francia o in Spagna..

Hai collaborato con tantissimi artisti, com’è stato lavorare con Ghali, Sfera Ebbasta e Guè Pequeno… 
Ho collaborato con chiunque (ride). Con alcuni di loro eravamo e siamo amici e quindi sono collaborazioni che sono nate spontaneamente, ma penso che tutti questi featuring me li sono guadagnati e fanno parte del mio statement. Oggi io sono ancora al 20% di quello che vorrò essere in futuro, per me era un sogno ottenere già questi risultati, quindi nessuno può dirmi dove potrò arrivare in futuro.

C’è qualche artista con cui ti piacerebbe collaborare in futuro? 
Travis Scott, mi sarebbe piaciuto anche un feat con Pop Smoke ma se n’è andato troppo presto, e poi ancora Drake, Migos e anche Kanye non sarebbe male.

Parliamo della tua rivista “Plaza” l’ho letta e c’è davvero tanto di te, ci sono le parole della tua mamma, tua sorella, di AVA il tuo produttore, Domenico Formichetti, Guè Pequeno, Fabri Fibra, com’è nata l’idea? 
È stata un’idea del mio team e di Antonio Dikiele che è una persona che mi segue da sempre abbiamo sviluppato il prodotto editoriale tutti insieme e sono orgoglioso del risultato. Mi piace che nell’era dei social network io porto una rivista cartacea e fisica. È stata una figata, io ho sempre voluto fare una mia rivista e poi pensavo che fosse il giusto modo per raccontare il backstage del video.
 

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Come ha inciso il covid-19 nel tuo lavoro? 
Ha portato parecchi rallentamenti sull’uscita del disco. Ma devo dire che già di mio ho fatto molta fatica a scrivere, non avevo molti sfoghi stando sempre in casa. Poi ho reagito e sono arrivato ad un punto che è scattato qualcosa dentro di me e ad Agosto ho chiusto tutto il disco. Questo periodo penso che ci abbia dato tanto tempo per riflettere, in un certo senso ci ha fortificato e ci ha fatto scoprire tante cose di noi stessi che non conoscevamo.

E l’ispirazione da dove arrivata?
Da me stesso, i miei amici che mi supportano e anche da quello che ho vissuto, io dico sempre che puoi avere quello che vuoi ma i problemi rimangono. Ho mostrato le mie sconfitte e le mie vittorie e anche il disco all’inizio risulta essere molto carico per poi diventare più conscious.

Ho letto che la tua serie con “Allenamento #4”, è nata come esercizio di stile, sei giunto a qualche conclusione? La porterai avanti in futuro? 
Penso che Allenamenti non ce ne saranno più, ora siamo scesi in campo e la saga è finita.

“Alenamento #4” è il primo singolo estratto dall’album, è partito con il botto: n2 su YouTube, n1 su Spotify Italia e Amazon Music, in più è entrato nella Global Chart di Spotify.. 
È stata la mia finish line, ho deciso di chiudere la serie allo Stadio di San Siro e non mi aspettavo questi ottimi risultati. Ora spero che le persone capiscano anche l’altra faccia di Luca e non solo di Capo Plaza.

Hai mai pensato di non farcela a gestire il tuo successo?  
Avoglia! Immagina di avere vent’anni ed essere catapultati in una realtà come la mia. Ho capito tante cose e anche quando mi passava la voglia ho sempre trovato quella “fotta” per rialzarmi più forte di prima.

Cosa diresti al bambino che c’è ritratto nella rivista “Plaza”? (Ndr riferendomi ai ritratti di Luca di quando era piccolo)
Anche quando ero bambino ero abbastanza fuori dagli schemi: molto rissoso, combinavo casini, il classico ragazzino di quartiere. Ero molto determinato nei miei obiettivi. Io ho sempre voluto essere un rapper per portare con me la mia gente e i miei amici. Gli direi di continuare per la sua strada, non fare tante cazzate (perchè di cazzate ne ho fatte tante) e di mantenere sempre la stessa mentalità che arriveranno grandi cose nella sua vita.

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Foto Alan Gelati
Fashion Cecilia Broschi 
Intervista Simone Vertua 
Make up Maria Carlini 
Hair Ayub 
Stylist assistant Paolo Boin

In tutto il servizio gioielli di Izzy Jewelry

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