The Parcels : la band electropop australiana del momento
Originari di Byron Bay, in Australia, i cinque componenti della band The Parcels, risiedono ora a Berlino, e sono un fenomeno musicale amato dal mondo della moda.
Photography KENZIA BENGEL DE VAULX
Styling JENNIFER EYMERE
Byron Bay, Australia era conosciuta principalmente dai surfisti e da chi ama le specie rare di orchidee e ranocchi. Ed ora lo è anche per la band The Parcels, fondatavi nel 2014. Scoperti praticamente subito dal marchio franco-giapponese Kitsuné, hanno avuto i Daft Punk tra il pubblico del loro primo concerto francese. Da Berlino, dove risiedono, i cinque membri del gruppo ci raccontano il nuovo album, il terzo della loro carriera, “Day/Night”.
L’OFFICIEL HOMMES ITALIA: Qual è il vostro primo ricordo musicale?
ANATOLE SERRET: I miei genitori abitavano a Bali, in macchina ascoltavamo tantissimo gamelan, che mi scatenava delle emozioni incredibili. Ero un ragazzino e non ero affatto sicuro di voler ascoltare la musica che piaceva ai miei genitori hippie, ma guardandomi indietro mi rendo conto che l’adoravo.
JULES CROMMELIN: Sono cresciuto a casa di mia madre, e il suo marito dell’epoca aveva una stanza piena di dischi e ascoltava musica dalla mattina alla sera, io impazzivo per David Bowie e Sixto Rodríguez, in particolare per la canzone “I wonder”.
LOHI: Come nascono le vostre canzoni?
JC: Vengono dall’inconscio, il punto di partenza può essere una parola, una melodia, e poi ci facciamo portare da un flusso di coscienza.
LOHI: È difficile giudicare se sono o meno finite?
AS: Non è mai semplice decidere se sono terminate o meno, c’è sempre la tentazione di aggiungere ancora degli strati di suoni...
JC: Trovare l’equilibrio tra la nostra intuizione e il flusso di idee che rischia di sommergerci è sempre delicato.
LOHI: Quando registrate ascoltate molta musica o vi concentrate esclusivamente sul vostro lavoro
AS: Non ci sono regole. A volte è un buon momento per aprirsi sul mondo esterno e a volte il momento buono per ripiegarci su noi stessi. Quando registravamo l’ultimo album abbiamo ascoltato pochissima musica, ci siamo completamente tuffati nel nostro lavoro.
LOHI: Quali sono i vostri modelli?
AS: I Phoenix. Siamo andati in tourné con loro, e vedere il loro impegno ogni sera, osservare quanto la loro amicizia restava solida, quando hanno iniziato 25 anni fa, li rende particolarmente solidi, e in più sono anche adorabili.
LOHI: Come vi piace che si parli della vostra musica?
JC: Trovo respingente che si dica che è “funky”. Mi fa pensare istintivamente a Jamiroquai. Quando invece ci paragonano a Steely Dan, non so mai come interpretarlo, ma quando un riferimento mi mette a disagio, questo mi spinge a comprendere quello che all’interno della nostra musica può evocarlo.
LOHI: Abitate a Berlino, la città ha influenzato particolarmente il vostro lavoro?
AS: Non credo che la scena musicale berlinese ci abbia influenzato, piuttosto lo hanno fatto i clubs. Quando diamo un concerto ci piace far ballare la gente, ci piace vedere il pubblico muoversi come un unico grande organismo vivente.
«Quando ci paragonano a Steely Dan, non so come interpretarlo, ma quando un riferimento mi mette a disagio mi spinge a comprendere quello che all'interno della nostra musica può evocarlo».
LOHI: Qual è il vostro suono preferito e quello che detestate?
AS: Il 909 (uno strumento elettronico creato nel 1984 che ha giocato un ruolo essenziale nella musica elettronica, ndr), lo adoro. E detesto il suono delle sirene della polizia berlinese, che non è cambiato dagli anni ’80, epoca in cui c’erano così tanti moti urbani.
LOHI: Quali altre espressioni artistiche vi ispirano?
AS: Ascolto molte conferenze di Terence McKenna (scrittore e filosofo americano, conosciuto per il suo lavoro sullo sciamanesimo, la nascita della specie umana, la coscienza, la geometria frattale, la botanica, etc). Non sono le sue conferenze a ispirarmi direttamente, ma sono così affascinato da quello che racconta che una parte di quello che ascolto filtra necessariamente in quello che faccio.
LOHI: Cosa pensate del percorso di Alessandro Michele?
AS: Non lo abbiamo ancora incontrato ma ci piace moltissimo quello che fa. La maniera in cui studia il passato per trarre ispirazione, senza mai copiare quello che è stato fatto in precedenza, trasformandolo per dargli una personalità moderna.
JC: La moda e la musica vivono un po’ nello stesso mondo, con le stesse problematiche, in particolare come stabilire una conversazione stimolante con il passato, il “classico” e conferirgli una novità eccitante. È quello che fa Alessandro e anche noi cerchiamo di fare.
LOHI: Quale canzone avreste voluto aver scritto?
AS: “Across The Universe” dei Beatles. E l’ho capito fino in fondo guardando il documentatio “Get Back” che Peter Jackson ha dedicato loro.
JC: “Here, There and Everywhere” sempre dei Beatles....
HAIR Amber Duarte
MAKE UP Nathan Hejl
PHOTO ASSISTANT TBC