One of a Kind: l'intervista a Francis Kurkdjian
Dal Perfumer’s Garden di Versailles alla tutela dei capodogli: gli ultimi progetti di Francis Kurkdjian creatore di profumi fuori dall’ordinario.
Una carriera folgorante quella di Francis Kurkdjian, salutato come l’astro nascente della profumeria a 25 anni dopo il successo planetario di Le Male di Gaultier, seguito da una serie di collaborazioni eccellenti (Bois d’Armenie per Guerlain, Eau Noire e Cologne Blanche commissionate da Hedi Slimane per Dior), dal lancio di un atelier di fragranze bespoke nel 2001 fino alla fondazione della propria maison nel 2009 e alla nomina nel 2021 a direttore della creazione olfattiva Dior. Da Amyris a À la Rose, da Baccarat Rouge 540 a 724 alla nuova, addittiva Aqua Media Cologne Forte, i suoi profumi sono riconoscibili per raffinatezza epurata, o come sintetizza lui, per un non so che nel sillage, perché, come dice Charles Eames in una frase che ha fatto sua: “i dettagli non sono dettagli. I dettagli sono il progetto”. Una costante del suo percorso è l’affiancare alla creazione di fragranze una serie di collaborazioni artistiche che l’hanno visto complice di Sophie Calle (“L’Odeur de l’argent” alla Fondation Cartier nel 2003) o impegnato nella messa in scena delle Grandes Eaux Nocturnes a Versailles. Affascinato da Maria Antonietta (sulla porta rossa del suo ufficio c’è la riproduzione del ramo di rosa che decora gli appartamenti privati della regina), al punto da progettare Le Sillage de la Reine, una ricostruzione tra filologia e immaginazione romanzesca del suo profumo, e da immaginare la collezione À la Rose a partire da un suo gesto nel celebre doppio ritratto di Èlisabeth Vigée Lebrun, Kurkdjian ha sponsorizzato in prossimità del Grand Trianon il Perfumer’s Garden, aperto al pubblico a maggio.
Un giardino con oltre 300 varietà di piante, concepito come la rappresentazione vivente della palette olfattiva del profumiere, per «restituire a Versailles quello che Versailles mi ha dato in termini di meraviglia e ispirazione. Le Sillage de la Reine incarna la quintessenza di una fragranza del 700 ed è molto simile a quella che usava effettivamente lei, anche se non esattamente la stessa perché sono cambiati i metodi di estrazione delle materie prime». A motivarlo nelle ripetute collaborazioni interdisciplinari, o “ecosistemi creativi” tra artisti diversi come le definisce lui, «il desiderio di poter progettare in libertà totale. Il profumo è una realtà commerciale, deve piacere, deve sedurre, tutti i fiori che usi devono avere un buon profumo, perchè in ultima analisi si tratta di innalzare il livello della bellezza nel mondo. Non dedichi un profumo a “Guernica”, non è commercializzabile, nessuno vorrebbe un profumo che sa di terrore e di morte, mentre da artista posso lavorare anche sul lato oscuro dell’umanità. Faccio un esempio: Cyril Teste per la sua Salomé di Strauss all’Opera di Vienna mi ha chiesto di creare un profumo da diffondere in sala per la danza dei sette veli. Un profumo rivelatore della dualità tra la bambina e la donna, l’innocenza e la provocazione sessuale della protagonista. Per far sentire la prossimità dell’odore del corpo ho puntato su un’overdose di cumino, che invece in un profumo destinato al pubblico avrei dovuto dosare con attenzione, perché se non perfettamente bilanciato sa di sudore».
La collaborazione che ad oggi lo soddisfa di più? «La prima installazione a Versailles, Midnight Sun (per cui inventò un blend di fiori d’arancio e marzapane, particolarmente apprezzati dal Re Sole, per profumare l’acqua del bacino dell’Orangerie, nda). Non perché fosse tecnicamente perfetta, anzi sotto molti punti di vista era amatoriale, ma è stata la prima volta che sono riuscito a convincere le persone a darmi la libertà di esprimermi pienamente». La Maison sponsorizza anche un’iniziativa di Longitude 181 di tutela dei capodogli. Perché «se la luna avesse un odore, profumerebbe di ambra grigia. Un odore marino, una sorta di salinità, di iodio. E l’ambra grigia è l’unica materia prima di origine animale il cui utilizzo non comporta nessuna forma di brutalità, perché ci si limita a raccoglierla sulle spiaggie (è una concrezione intestinale del capodoglio che, rigurgitata in mare, galleggia e va alla deriva, nda). Se non la uso nelle mie creazioni non è per il prezzo, ma per la scarsa reperibilità. Proteggendo e studiando i capodogli potremmo finalmente disporne più liberamente». Magari per un prossimo progetto importante, su cui non anticipa altro, se non che verrà lanciato tra due anni