Michaela Stark e il suo "Panty Show" in Fondazione Sozzani
Dal 20 al 25 febbraio 2024 Michaela Stark presenta in Fondazione Sozzani "Panty Show", una mostra in collaborazione con la fotografa Charlotte Rutherford che racconta il percorso e la sperimentazione della couturier e artista Michaela Stark.
Le sue creazioni d'alta moda sono state indossati da Beyoncé, Shy girl, Tove Lo e Sam Smith e dalle modelle di Victoria's Secret World Tour 23, che hanno messo i lingerie couture di Michaela Stark In occasione della Milano Fashion Week e per la prima volta in Italia, Fondazione Sozzani in via Tazzoli 3 presenta Michaela Stark's Panty Show, con fotografie di Charlotte Rutherford. L'evento è strutturato in una performance artistica incentrata sul tema della trasgressiva mutazione del corpo, e una mostra con fotografie, oggetti d'arte, contestualmente al lancio della collezione prèt à portèr Panty di Michaela Stark. Protagoniste assolute sono le living dolls, delle bambole viventi che rappresentano il femminile. La performance si è svolta giovedì 22 febbraio alle ore 19, mentre la mostra da martedì 20 a domenica 25 febbraio, dalle ore 11.00 alle 19.30.
Iperfemminile e giocosa. Il “Panty Show” di Michaela Stark in mostra alla Fondazione Sozzani è l’espressione artistica dell’esperienza personale della designer. Divisa in tre party, oltre alla mostra e alla performance sarà presentata la nuova linea ready-to-wear “Panty” in collaborazione con Raga Munecas. Tratto distintivo della designer australiana - ma con sede a Londra - è il “body-morphing”: i capi di lingerie scolpiscono e modellano il corpo esaltandone le forme. La mostra è il viaggio della designer attraverso un percorso artistico ed emotivo dai primi anni in cui sperimentava con i drappeggi sul proprio corpo nel suo appartamento di Parigi, fino ad oggi con la liberazione e l’appropriazione del corpo attraverso la moda. La reazione che riceve diventa parte integrante del dialogo che desidera avere. Stimolano conversazioni sull'accettazione del corpo che lei naviga attraverso l'arguzia, la giocosità e una rivalutazione della bellezza. In definitiva, la pratica di Stark si sviluppa come un'evoluzione dell'accettazione nel settore della moda. Il suo impatto, tuttavia, si estende oltre la passerella, provocando riflessioni e ridefinendo gli standard di bellezza. Mentre i suoi progetti continuano ad abbracciare corpi femminili di tutte le forme e dimensioni, Stark diventa un pioniere nella ricerca di un panorama della moda più inclusivo e stimolante. L'abbiamo intervistata per scoprire di più.
Leggi l'intervista a Michaela Stark
LOFFICIELITALIA: Puoi dirci qualcosa in più su cosa succederà a Milano? Ci spieghi il concept della mostra a Fondazione Sozzani in collaborazione con Charlotte Rutherford? E questo include una performance?
MICHAELA STARK: Il set della performance ricrea il mio atelier di Londra, un tableau vivant rosa polveroso di nastri e fiori secchi dove gli artisti Hans Baumer e John Kacere fanno da sfondo alla mostra e alla performance: due artisti maschi che si sono appropriati apertamente della forma femminile e della sua autonomia proiettandovi le proprie idee. Durante la performance vestirò con la mia corsetteria body-morphing la modella plus size Yasmin El Yassini che fungerà da bambola umana, trasformando completamente il suo corpo, e a cui verranno scattate delle foto da Charlie (Charlotte Rutherford). L’ultimo atto della performance presenta dieci bambole scultoree in tulle realizzate utilizzando tecniche di corsetteria couture e crinoline per dare struttura. L’ultimo atto della performance presenta dieci bambole scultoree in tulle realizzate utilizzando tecniche di corsetteria couture e crinoline per dare struttura. Tutto ciò che faccio è incentrato sulla costruzione di capi. E in precedenza, è stato tutto couture, poiché ho sviluppato questo stile altamente artistico. La mia arte ora si estende anche all'editoria, dalla ripresa di immagini allo stare davanti e dietro la telecamera, oppure con collaborazioni con altri artisti. Ho scelto di includere quindi tutti gli aspetti del mio lavoro includendo anche il lancio delle mie nuove mutandine prêt-à-porter con una performance, che è più in linea con quello che tradizionalmente vedresti da me, il morphing del corpo, la corsetteria, il lato couture del mio lavoro.
LO: Quando è arrivata l'ispirazione per questa performance, e in generale cosa rappresenta l'elemento performativo nella tua espressione come designer?
MS: Cerco di non pensare troppo ai concetti finché non ho finito di elaborarli del tutto. E ovviamente, l'idea dietro ogni piccola parte di questo progetto è qualcosa che è davvero un tema ricorrente in tutte le mie opere d'arte in generale: l'idea di rivendicare il proprio corpo e il proprio senso di autostima, di identità, senza che ci sia lo sguardo maschile su di te o senza la visione della società di ciò che dovresti indossare, in un certo senso lo rivendichi dentro di te e ti liberi attraverso l'abbigliamento. Questa mostra è stata concepita circa due anni fa, in realtà, e inizialmente doveva essere solo una performance. Il concetto di performance è stato concettualizzato quando non avevo così tanta attenzione su di me, parliamo del periodo durante il Covid in cui creavo vestiti per me stessa, li condividevo con i miei amici, in una sorta di esperienza terapeutica nella mia camera da letto, intenta ad elaborare queste sensazioni di dismorfia corporea fasciando me stessa, tirando fuori il mio grasso e celebrandolo in un modo che mi ha fatto sentire in uno spazio sicuro e protetto. Postavo questi contenuti online suscitando reazioni diverse: approvazione, critica, supporto e diffamazione, eppure quello che è successo ha contribuito ad affermare la mia presenza all'interno del settore. Finito il Covid ho iniziato a lavorare nell'editoria, ritrovandomi su set molto importanti, ritrovandomi a vestire Beyoncé o Sam Smith, ero incredibilmente concentrata sul processo della creazione degli abiti ma avevo lasciato indietro la performance, l'atto artistico. Ho sentito che mi stavo un attimo perdendo, come se stessi riunciando a una parte di me per fare parte del business, quindi con questa mostra mi riapproprio di tutto il mio spirito. La performance ha qualcosa a che fare con questo. Si tratta di una sorta di rivendicazione. La performance è una specie di sfogo emotivo di ciò che si prova a sentirsi quasi un burattino all'interno del settore e lo faremo su una canzone degli anni '60, che a partire dal titolo, dice tutto: You don't own me di Lesley Gore.
LO: Quanto è difficile parlare di body positivity e di dismorfismo corporeo attraverso la moda e anche con l'influenza dei social media?
MS: Penso che sia piuttosto difficile. Sono due conversazioni diverse, molto diverse perché sento da una parte l'industria è una bestia a sé stante e poi arrivano i social media. Per quello che riguarda me, posso dire che il modo in cui lo affronto nel settore è molto diverso dal modo in cui lo affronto all'interno dei social media, dove ci sono persone con così tante opinioni diverse, perché si tratta di un'arena differente. Io non uso nemmeno il termine body positivity all'interno dell'ambiente lavorativo, non perché non sia d'accordo, ma perché penso che abbia determinate connotazioni di cui l'industria della moda non sia perfettamente a conoscenza. Non ho una visione chiara di cosa sia la positività corporea, ed è così classificata in una certa casella che anche parlarne è complicato perché ci sono stereotipi di immagine, perfino con modelli plus size. Io sto cercando di dimostrare in generale che qualsiasi tipo di corpo o qualsiasi tipo di persona può davvero essere una fantasia e può essere tutto ciò che la moda vuole che sia. Non ci sono limiti, non penso che la moda in quanto disciplina della creazione abbia delle barriere di stile, degli standard, quindi perché i corpi dovrebbero averle? La moda consiste nel mostrare qualcosa che, secondo me, è assolutamente fantastico. Si tratta di portare qualcuno in questo regno di magia di cui non fa parte, soprattutto nella sfera editoriale e fotografica, ma anche nel design dell'abbigliamento. Portare davvero qualcuno dentro di te in questo mondo che è speciale, e che ritieni non sia quasi avvicinabile nella vita reale, e mostrargli come può essere. E in un certo senso penso che sia davvero un ottimo modo per cambiare la percezione di come viene visto un corpo, mostrare alle persone che la bellezza ha tante forme diverse. Io sono qui per dare una scossa a tutto questo e mostrarvi semplicemente che non sono solo un'altra designer o artista della body positivity: chiunque può adattarsi a questa idea di immaginario, sensualità e fascino. Per quanto riguarda i social media, ci sono state reazioni feroci, in particolar modo quando ho collaborato con Victoria's Secret per il V20 show nel 2022, alcuni dei commenti sui social erano "Bring Gisele back!" riportate indietro Gisele. Ma la reazione negativa è essa stessa parte del processo, ci sono haters che poi sono diventati fan, che mi hanno scritto quanto il mio lavoro li abbia aiutati ad accettarsi e ad avere un dialogo di accettazione nei confronti del loro corpo e di tutte le sue bellissime imperfezioni.
LO: Cosa rappresenta per te il corsetto? Costrizione o liberazione?
MS: Provo molti sentimenti contrastanti nei confronti del corsetto, e penso che sia il motivo per cui è positivo che sia in un certo senso il mio capo preferito, ho studiato la corsetteria e tutti i tecnicismi ad essa collegata per costringere il corpo ad aderire a standard di bellezza. Una ricerca che ho portato avanti durante il mio percorso al politecnico di Milano riguardava l'epoca vittoriana della corsetteria e le implicazioni che avevano sulla società, costringendo le bambine dall'età di circa dieci anni, a indossare corsetti, per non far crescere la vita oltre quelle dimensioni. E poi ho iniziato a considerarne l'aspetto grottesco. Più studiavo più mi arrabbiavo, e sentivo di essere una di quelle femministe che volevano bruciare i reggiseni e bruciare i corsetti. Dall'altra questa bellezza mista al dolore ha creato moda memorabile, pensando alle creazioni di Gaultier, Galliano o poi McQueen o Vivienne Westwood, dalle quali sono sempre stata attratta. Gli estremi guidano la mia arte e la forza espressiva del mio lavoro. Cito anche Mr.Pearl, il maestro assoluto della corsetteria, mi piacerebbe incontrarlo un giorno. Sento che non c'è niente di più liberatorio che ribaltare la concezione che è stata tradizionalmente associata ad emblema della repressione femminile, mentre io vedo nel consenso la differenza di come vivere l'atto di indossare un corsetto: se qualcuno è costretto a indossarlo o qualcuno ha la scelta di indossarlo. E penso che abbiano connotazioni molto diverse.
LO: Dal tuo lavoro di couturier ora hai deciso di lanciare la linea "Panty", ci racconti le caratteristiche di questa collezione rispetto alla main line?
MS: Sento che le mutandine sono davvero il mio modo di creare una sorta di guardaroba liberatorio che le persone possono permettersi di indossare, ma è anche un modo per me di costruire la mia indipendenza all'interno del settore, per essere in grado di rivendicare la mia voce con un prodotto più avvicinabile dal punto di vista economico rispetto alla linea couture o made-to-measure. Il mio ready to wear è praticamente al 100% dead stock, proviene tutto da Nona Source, lo stock di tessuti di LVMH e da Bulgarian Fabrics, che è un'altra azienda di tessuti deadstock di lusso. Volevo includere questo tipo di responsabilità nel prêt-à-porter, è la prima volta che lavoro con tessuti deadstock, pian piano voglio includere questa pratica anche nella collezione couture. Quando creo couture costruisco tutto da zero. All'inizio provavo tutto su di me, facendo una serie di prove, pizzicando il tessuto per ottenere la forma giusta, per dare vita a capi completamente nuovi che non sono mai stati brevettati prima. E per qualche ragione, amo lavorare con il tulle, lo chiffon, l'organza e tessuti delicati per aderire al corpo. C'è stata anche una fase in cui mi rifiutavo di usare la bordatura per finire i capi, per quello ne utilizzavo una di tulle invisibile senza cuciture evidenti. Non volevo che quella fosse una linea in cui il corsetto si collegava alla pelle, volevo che il corsetto facesse parte del corpo. Per circa due anni lavorando solo con modelle di corporature diverse, cercando di capire davvero la diversità e come funzionano i tessuti, come puoi manipolarli, come si muovono, è quasi come se un artista dipingesse una tela.