Sottrarre alla sterilità dell'esposizione museale e al logoramento del tempo, che rende ogni giorno più fragili capi che sono stati parte integrante della vita dei loro proprietari. Restituire l'odore, la sensazione tattile, il senso di costrizione o sostegno esercitati sul corpo, ma anche espandere le possibilità in senso assoluto, come ad esempio respirare gli odori di cappelli a tema floreale o lasciar scorrere sotto i polpastrelli i ricami di certi abiti, riprodotti sulle pareti.
Un concept inedito che Andrew Bolton, il curatore di The Costume Institute, riassume come «coinvolgere il range più ampio possibile dei sensi umani», reso possibile dalle nuove tecnologie immersive, attraverso l'AI, le immagini generate al computer, le animazioni video, i giochi di luce e il sonoro, tutte attivazioni tecnologiche affidate allo SHOWstudio del fotografo Nick Knight, consulente creativo della mostra. A restituire una nuova vita a 220 tra capi e accessori che coprono quattro secoli di evoluzione della moda, suddivisi nelle sezioni terra, aria, acqua, in un riferimento alla natura intesa come metafora della ciclicità e dell’effimero della moda.
In mostra, un giardino con una serra riempita di cappelli a tema floreale circondati da paesaggi odorosi, gli smellscapes creati da Sissel Tolaas, nota ai fashion addicts soprattutto per le sue collaborazioni con Demna Gvasalia di Balenciaga. All’artista dobbiamo la ricostruzione, nello spazio dedicato a "Lo spettro della rosa", dell’odore di un abito di Paul Poiret, indossato dalla moglie e collaboratrice (la vera inventrice della plissé Delphos) Denise, o l’odore corporeo, catturato da un suo abito di Schiaparelli, di Millicent Rogers, socialite ed icona fashion, erede della fortuna Standard Oil. Mentre, per rendere l’aura di un abito di fiori di alluminio della primavera estate 2024 di Marni e di uno di McQueen della primavera estate 2001 fatto di conchiglie di cannolicchi, sono stati isolati e registrati in una camera anecoica i suoni del vestito in movimento.
Una visita che è una full immersion nella creatività e nella stravaganza della moda, dalle crinoline di Charles Frederick Worth, il couturier di Sissi e dell’imperatrice Eugenia, al cappello a forma di rosa rovesciata di Philip Treacy e all’abito di farfalle di Sarah Burton per McQueen, dall’abito di Saint Laurent ispirato alle iris di Van Gogh a quello in tulle giallo di Undercover della primavera estate 24 riempito di rose e farfalle visibili in trasparenza, fino al cappotto immaginato da Jonathan Anderson per Loewe, piantato ad avena, segale e erba di grano, appena germogliati all’inaugurazione della mostra e destinati a seccarsi e a morire nel suo corso temporale.